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21 agosto 2009
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime il proprio sconcerto per i racconti forniti delle cinque persone di nazionalità eritrea, uniche sopravvissute a bordo di un gommone partito circa 20 giorni fa dalla Libia e rimaste in mare senza cibo, acqua nè benzina.
Dalle prime testimonianze dei cinque eritrei soccorsi a Lampedusa, sembrerebbe una tragedia del mare che ha coinvolto circa 80 persone, la maggior parte eritrei, a bordo di un gommone partito dalla Libia a fine luglio. Dopo tre giorni di navigazione, i migranti sarebbero rimasti senza cibo, acqua e benzina. Persa la rotta, l’imbarcazione sarebbe andata alla deriva e le persone a bordo avrebbero iniziano a morire a causa degli stenti. I cadaveri sarebbero stati via via gettati in acqua dai pochi sopravvissuti.
I cinque eritrei raccontano di aver incrociato sulla loro rotta un peschereccio, il quale, dopo avergli dato dell’acqua e del cibo, si sarebbe allontanato. Il 20 agosto un motovedetta della Guardia di Finanza ha raggiunto l’imbarcazione. I cinque passeggeri rimasti sono stati fatti sbarcare a Lampedusa per ricervere le prime cure mediche, viste le loro precarie condizioni di salute.
Oltre alla tragicità di quanto avvenuto, ciò che più allarma l’Alto Commissariato per i Rifugiati è che, in questo terribile viaggio, il gommone abbia incrociato altre imbarcazioni, senza che alcuna di queste prestasse soccorso a quanti erano a bordo. Ciò si pone in contrasto con l’antica tradizione marittima del soccorso in mare, che pare oggi essere pericolosamente messa in discussione.
L’Alto Commisariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati considererebbe di grande preoccupazione l’eventualità che l’inasprimento delle politiche del governo nei riguardi di chi arriva via mare possa avere l’effetto di scoraggiare i capitani delle navi e dei pescherecci dal soccorrere chi è in difficoltà.