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Il lavoro della “clinica giuridica” si svolge sulle colline. Presto la mattina quando la nebbia si alza, il fuoristrada con a bordo un team di tre avvocati lascia la cittadina di Muynga, nel nord-est del Burundi, e si dirige in una delle tante colline di eucalipti e conifere che si dispiegano tuttintorno. Appena la macchina si ferma nel luogo più esposto e visibile, arrivano i primi “clienti” ad illustrare i propri guai e a chiedere parere legale ai tre esperti. Subito si creano delle lunghe code di gente che spera di trovare delle risposte ai tanti quesiti legali del dopoguerra burundese.
Delle tante storie di donne e uomini che ho conosciuto e ascoltato negli anni di lavoro come portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) pochissime sono state quelle prive di sofferenza, in cui la condizione di persona in fuga si è risolta senza traumi. La maggior parte è passata per un vero calvario di dolore e solitudine.
Ormai non ci si fa più neanche caso. Il linguaggio a cui i media ci hanno abituato in questi anni per descrivere l’immigrazione è simile a quello usato nei conflitti, nelle contrapposizioni tra entità ostili. Le coste siciliane sono “prese d’assalto”, gli arrivi via mare sono “sbarchi”, Lampedusa è “assediata”, l’Italia “invasa” dagli extracumunitari, i centri d’accoglienza sono “al collasso”, la gestione dell’immigrazione è “lotta” ai clandestini, l’affermazione della legalità si traduce in “ guerra” ai trafficanti, il controllo delle frontiere diventa “misure di contrasto a difesa dei confini”.
Oramai da anni, con la buona stagione dal Mediterraneo arrivano brutte notizie. Notizie di imbarcazioni scomparse o alla deriva per settimane, di naufragi, di vittime, di dispersi, di familiari che aspettano una telefonata che non arriva. Le stime ufficiose che parlano di almeno duemila morti l’anno nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo, segnalano una situazione da emergenza umanitaria, diversa da quelle a cui siamo abituati e per cosi dire “di nuova generazione”.
Non sempre dall’Africa arrivano brutte notizie. Notizie di massacri, guerre e miseria. Negli ultimi tempi dall’Africa arrivano anche segnali positivi che lasciano intravedere scenari diversi da quelli a cui siamo abituati. In almeno otto paesi africani sono state avviate iniziative di pace che potrebbero favorire alcuni tra i più imponenti flussi di rimpatrio di rifugiati registratisi in Africa nell’ultimo decennio.
Quando si parla di rifugiati, si fa riferimento a persone in fuga da guerre, bombardamenti e massacri atroci. Normalmente vengono ricordate le tante immagini che negli anni si sono susseguite nelle Tv di tutto il mondo, di colonne di civili che si spostano in cerca di un posto sicuro. Qualcuno pensa anche a persone che scappano da regimi totalitari che non tollerano alcuna forma di dissenso e che non consentono libertà d’espressione e di religione.
Il quartiere è uno dei più eleganti di Roma e la strada silenziosa è piena di verde. La palazzina è protetta da una siepe e da due grandi cancelli in ferro battuto. Fuori un’insegna in ottone con scritto “Ambasciata della Repubblica Democratica Somala” e accanto un vecchio campanello con telecamera, da tempo fuori uso. La dottoressa Zeinab Ahmed Barahow presidente dell’Associazione donne somale emigrate (Adse) fa gli onori di casa. “Oggi – spiega Zeinab - siamo venute con le donne dell’associazione perchè vogliamo organizzare una festa in occasione della fine del Ramadan per tutti i ragazzi che vivono qui”.
Emma è un fiume in piena. Vuole raccontare di quei terribili 100 giorni che nel 1994 sconvolsero la sua vita e quella di milioni di ruandesi. Nel paese del silenzio e del riserbo in cui tutti evitano di ricordare, Emma parla e si commuove. Ricorda la paura e l’orrore vissuti da lei e dai 36 bambini dell’orfanotrofio di Remera a Kigali durante la fuga fino a Nyanza, 90 chilometri da Kigali.
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