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Per capire la drammatica situazione della Somalia in preda al caos e alla violenza, basta trovarsi in Yemen. La Somalia e lo Yemen, sono due facce della stessa medaglia. Da una parte la fuga, dall’altra l’accoglienza. Attraverso il Golfo di Aden negli ultimi anni migliaia di persone hanno rischiato la vita per mettersi in salvo, in quella che è oggi la più pericolosa e spietata direttrice di fuga via mare al mondo.
Se l’Iraq che vediamo ogni giorno in tv è un paese scosso dalle stragi e dalla violenza, l’Iraq fuori dall’Iraq ha il volto dell’angoscia, a Damasco come ad Amman. Tra i circa 2,2 milioni di iracheni rifugiatisi in Siria e Giordania vige lo sconforto e l’incertezza sulle possibilità di ritornare a casa. Tante domande a cui nessuno oggi sa dare delle risposte.
Cara Fiorenza, occuparsi di rifugiati in Italia può anche voler dire ricevere telefonate al proprio cellulare da persone in preda al panico, sballottate senza acqua né cibo su uno sgangherato gommone in panne nelle acque del Mediterraneo.
Occuparsi del diritto d’asilo e dei rifugiati in Italia significa anche occuparsi dei cosiddetti “sbarchi”, di naufragi e delle vittime silenziose del Mediterraneo. Attraverso le 180 miglia che separano la Libia da Lampedusa arriva infatti oltre la metà dei richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzione, che chiedono protezione in Italia.
Negli ultimi 35 anni Ezechiele ha passato la vita a scappare da un Paese all’altro della Regione africana dei Grandi Laghi, inseguito dalla guerra. Un maledizione da cui non si è mai potuto liberare. Dal Burundi, suo paese d’origine, scappa nel 1972 quando si scatena una terribile carneficina che causa circa 150mila morti, di etnia hutu come lui. Si ripara per qualche anno nella vicina Tanzania e poi con la speranza di chi sta lontano da casa sognando di ritornarvi, rientra in Burundi.
Il lavoro della “clinica giuridica” si svolge sulle colline. Presto la mattina quando la nebbia si alza, il fuoristrada con a bordo un team di tre avvocati lascia la cittadina di Muynga, nel nord-est del Burundi, e si dirige in una delle tante colline di eucalipti e conifere che si dispiegano tuttintorno. Appena la macchina si ferma nel luogo più esposto e visibile, arrivano i primi “clienti” ad illustrare i propri guai e a chiedere parere legale ai tre esperti. Subito si creano delle lunghe code di gente che spera di trovare delle risposte ai tanti quesiti legali del dopoguerra burundese.
Delle tante storie di donne e uomini che ho conosciuto e ascoltato negli anni di lavoro come portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) pochissime sono state quelle prive di sofferenza, in cui la condizione di persona in fuga si è risolta senza traumi. La maggior parte è passata per un vero calvario di dolore e solitudine.
Ormai non ci si fa più neanche caso. Il linguaggio a cui i media ci hanno abituato in questi anni per descrivere l’immigrazione è simile a quello usato nei conflitti, nelle contrapposizioni tra entità ostili. Le coste siciliane sono “prese d’assalto”, gli arrivi via mare sono “sbarchi”, Lampedusa è “assediata”, l’Italia “invasa” dagli extracumunitari, i centri d’accoglienza sono “al collasso”, la gestione dell’immigrazione è “lotta” ai clandestini, l’affermazione della legalità si traduce in “ guerra” ai trafficanti, il controllo delle frontiere diventa “misure di contrasto a difesa dei confini”.
Oramai da anni, con la buona stagione dal Mediterraneo arrivano brutte notizie. Notizie di imbarcazioni scomparse o alla deriva per settimane, di naufragi, di vittime, di dispersi, di familiari che aspettano una telefonata che non arriva. Le stime ufficiose che parlano di almeno duemila morti l’anno nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo, segnalano una situazione da emergenza umanitaria, diversa da quelle a cui siamo abituati e per cosi dire “di nuova generazione”.
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