Con una piccola donazione mensile, sostieni una famiglia di rifugiati e le operazioni di emergenza dell'UNHCR
Sbarre, lucchetti, poliziotti e centinaia di persone che chiedono"libertà"! Il centro di Pagani, dove l'Europa perde la faccia.
A Lampedusa da qualche tempo non arrivano più barconi. Nessun migrante, nessun richiedente asilo. Ma siamo sicuri che si tratti di una buona notizia? Quelli che alcuni hanno definito come una svolta determinante nel contrasto all'immigrazione clandestina, per altri rappresenta un preoccupante cambiamento di politica nella gestione dei flussi migratori del Mediterraneo.
Ascoltare Sayed che racconta la sua vita è come ricaricare le batterie. E’ giovane Sayed ma, per la sua lunga esperienza, questo ragazzo di 20 anni è già vecchio. Spiega ogni tappa del viaggio cominciato nell’orto di casa sua a Kabul nel marzo 1998 e finito a Benevento nel gennaio 2007, dando molti particolari e soffermandosi sui suoi stati d’animo. Un viaggio durato nove anni e iniziato da bambino.
Il buon senso può poco di fronte alla paura, specialmente quando questa, alimentata in modo strumentale, si estende e diventa collettiva. E'allora possibile che la vittima bisognosa di protezione diventi una minaccia per chi ha ceduto alla paura, una persona temibile per il solo fatto che è stata costretta ad arrivare irregolarmente, magari via mare.
Nell’inverno 98-99 il Kosovo si trovò a vivere uno dei momenti più difficili e drammatici della sua storia recente. Interi villaggi si spopolarono sotto la minaccia della violenza e dei rastrellamenti e la popolazione si rifugiò nelle zone più remote, spesso nelle pendici delle montagne, allestendo ripari di fortuna e sfidando temperature gelide. Li chiamarono “il popolo dei boschi”.
Per capire la drammatica situazione della Somalia in preda al caos e alla violenza, basta trovarsi in Yemen. La Somalia e lo Yemen, sono due facce della stessa medaglia. Da una parte la fuga, dall’altra l’accoglienza. Attraverso il Golfo di Aden negli ultimi anni migliaia di persone hanno rischiato la vita per mettersi in salvo, in quella che è oggi la più pericolosa e spietata direttrice di fuga via mare al mondo.
Se l’Iraq che vediamo ogni giorno in tv è un paese scosso dalle stragi e dalla violenza, l’Iraq fuori dall’Iraq ha il volto dell’angoscia, a Damasco come ad Amman. Tra i circa 2,2 milioni di iracheni rifugiatisi in Siria e Giordania vige lo sconforto e l’incertezza sulle possibilità di ritornare a casa. Tante domande a cui nessuno oggi sa dare delle risposte.
Cara Fiorenza, occuparsi di rifugiati in Italia può anche voler dire ricevere telefonate al proprio cellulare da persone in preda al panico, sballottate senza acqua né cibo su uno sgangherato gommone in panne nelle acque del Mediterraneo.
Occuparsi del diritto d’asilo e dei rifugiati in Italia significa anche occuparsi dei cosiddetti “sbarchi”, di naufragi e delle vittime silenziose del Mediterraneo. Attraverso le 180 miglia che separano la Libia da Lampedusa arriva infatti oltre la metà dei richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzione, che chiedono protezione in Italia.
Negli ultimi 35 anni Ezechiele ha passato la vita a scappare da un Paese all’altro della Regione africana dei Grandi Laghi, inseguito dalla guerra. Un maledizione da cui non si è mai potuto liberare. Dal Burundi, suo paese d’origine, scappa nel 1972 quando si scatena una terribile carneficina che causa circa 150mila morti, di etnia hutu come lui. Si ripara per qualche anno nella vicina Tanzania e poi con la speranza di chi sta lontano da casa sognando di ritornarvi, rientra in Burundi.
30 Gennaio 2009 Ancora sbarchi, come dieci anni fa. Ma non è cambiato nulla. LEGGI
13 Marzo 2008 L'ultima spiaggia: reportage dallo Yemen LEGGI
8 Luglio 2009 Respingerli, un errore disumano LEGGI
1 Maggio 2007 Quando dei giovani romani conoscono il Malawi LEGGI
8 Luglio 2009 Che ne sarebbe di Sayed se fosse stato respinto? LEGGI