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GEORGIA: TEAM DELL’UNHCR ENTRANO NELLA “ZONA CUSCINETTO”

16 settembre 2008


GEORGIA: TEAM DELL’UNHCR ENTRANO NELLA “ZONA CUSCINETTO”

Durante il weekend team dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) in Georgia sono finalmente riuscite ad entrare nella cosiddetta “zona cuscinetto” a nord della città di Gori. La zona, controllata dalle forze militari russe, è rimasta irraggiungibile nelle ultime settimane a causa di una situazione di sicurezza molto incerta. Queste prime missioni delle NU sono un importante passo per ottenere il libero accesso all’area. D’ora in poi l’UNHCR ha in programma regolari missioni di monitoraggio nella zona cuscinetto – innanzitutto visitando le aree da cui provengono la maggior parte degli sfollati ad oggi alloggiati nella regione di Gori.

Con le prime due missioni di monitoraggio sono stati visitati quattro villaggi a nord di Gori - Karaleti, Tkiavi, Kitsnisi e Dzevera. L’intento era di ottenere un quadro provvisorio della situazione umanitaria. Sembra che nei villaggi più vicini a Gori gli abitanti abbiano già fatto ritorno a casa. Nell’area di Karaleti, vicino a Gori e proprio sul confine con la zona cuscinetto, ha fatto ritorno l’80% della popolazione. Più all’interno della zona cuscinetto le percentuali dei ritorni sono molto più basse. Ad esempio a Kitsnisi finora meno del 10% della popolazione è tornata a casa.

Le persone che risiedono in quei villaggi sono ancora molto spaventate. Aggressioni, saccheggi e incendi dolosi ad opera delle milizie hanno creato un’atmosfera di paura e incertezza. La distruzione di edifici e case non è diffusa come si era temuto inizialmente e varia da villaggio a villaggio. Ad esempio a Karaleti il team dell’UNHCR ha contato 29 case distrutte, su un totale di circa 600. A Kitsnisi solo pochi edifici sono stati bruciati o bombardati, mentre i maggiori danni materiali e psicologici sono dovuti ai saccheggi e alla distruzione all’interno delle case.

La situazione e le necessità dei vari villaggi a nord di Gori sono simili. Tutte le comunità visitate dipendono prevalentemente dall’agricoltura per quanto riguarda il cibo e le fonti di reddito. Gli abitanti hanno informato l’UNHCR che tra il 70 e l’80% del raccolto di quest’anno è andato perso. Questa situazione è causata dalla scarsità di acqua per l’irrigazione, che proviene soprattutto dall’Ossezia del sud, e dal fatto che durante le ostilità l’artiglieria pesante ha attraversato i campi danneggiando i raccolti. Inoltre ci sono ancora numerose mine e ordigni inesplosi sparsi nei campi e nei giardini, quindi le persone non vogliono andare a fare il raccolto.

Poiché il gasdotto locale non è più funzionante, gli abitanti utilizzano legna da ardere sia per cucinare che per riscaldarsi. Il risultato è che il prezzo della legna è salito del 50%. Non ci sono servizi sanitari nella zona cuscinetto. La popolazione locale dipende dai servizi e dall’assistenza medica di Gori, ma dalla città l’accesso all’area è solo sporadico. Gli edifici scolastici sono rimasti praticamente intatti. In alcuni casi sono stati rotti dei vetri e sono stati rubati materiali scolastici. Comunque al momento la maggior parte degli sfollati rimpatriati sono adulti e quindi le scuole restano chiuse.

I primi monitoraggi hanno evidenziato che i rifugiati rimpatriati nella zona cuscinetto hanno bisogno di assistenza per la ristrutturazione e la ricostruzione e di ulteriori scorte alimentari e di legna. In base al conteggio dettagliato delle persone sfollate in Georgia, completato la scorsa settimana, è stato rivisto il numero di sfollati legati al conflitto di agosto nella regione autonomista dell’Ossezia del sud. Un totale di 192mila persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, inclusi 127mila sfollati interni in Georgia, 30mila in Ossezia del sud e altri 35mila in Ossezia del nord, nella federazione russa. Molti di coloro che erano fuggiti nell’Ossezia del nord sono già ritornati.
Dei 127mila sfollati interni (IDP) in Georgia, finora 68mila sono rientrati a casa. L’UNHCR e il governo georgiano stimano che altri 5mila faranno ritorno prima dell’inverno, alzando il numero degli sfollati rimpatriati a 73mila.