L’UNHCR richiama Israele per le sue politiche di ricollocamento forzato

Pubblicato il 09 gennaio 2018 alle 2:44

L’UNHCR fa di nuovo appello a Israele affinché ponga fine alle sue politiche di ricollocamento di eritrei e sudanesi in Africa sub-sahariana. Ciò fa seguito all’identificazione di circa 80 casi di persone ricollocate da Israele che hanno rischiato le proprie vite affrontando pericolosi viaggi verso l’Europa passando per la Libia.

Tutti questi casi hanno coinvolto rifugiati o richiedenti asilo eritrei che sono stati intervistati dallo staff dell’UNHCR di Roma. Non avendo altra scelta, hanno viaggiato per centinaia di chilometri attraverso zone di conflitto nel Sud Sudan, nel Sudan o in Libia all’indomani del ricollocamento da parte di Israele. Lungo il tragitto hanno subito abusi, torture ed estorsioni prima di rischiare di nuovo la vita attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Italia.

Le interviste – tutte svolte con uomini adulti, alcuni dei quali con famigliari ancora in Israele – si sono svolte tra novembre 2015 e dicembre 2017 in centri di accoglienza e strutture informali di Roma. Tutti erano entrati in Israele attraverso il Sinai, e tutti hanno riferito di torture, maltrattamenti ed estorsioni prima di raggiungere Israele.

La maggior parte di loro racconta di essere stata trasferita da Israele in uno Stato africano e di aver ricevuto una somma di denaro pari a 3.500 dollari. Ciononostante, la situazione all’arrivo si è rivelata diversa da quella che si aspettavano, con un’assistenza che raramente è andata oltre un posto dove dormire per la prima notte. Raccontano di aver temuto per la loro sicurezza poiché si sapeva che avevano del denaro a disposizione.

Hanno anche detto che alcune delle persone che viaggiavano con loro sono morte nel tragitto verso la Libia, dove in molti sono stati vittima di estorsioni, detenzione, abusi e violenze.

Alla luce anche di queste testimonianze, l’UNHCR esprime la sua seria preoccupazione riguardo i piani, annunciati da Israele il 1° gennaio, di ricollocare forzatamente cittadini eritrei e sudanesi in Stati africani o trattenerli in detenzione per tempo indeterminato in caso di rifiuto. Le dichiarazioni ufficiali che affermano che questi piani potrebbero coinvolgere anche famiglie e persone le cui domande di asilo sono ancora in fase di valutazione, o che i richiedenti asilo potrebbero essere portati in aeroporto in manette, sono particolarmente allarmanti. In un momento in cui l’UNHCR e le agenzie partner sono impegnati in evacuazioni di emergenza dalla Libia, il ricollocamento forzato in Paesi che non garantiscono un’effettiva protezione e i successivi spostamenti di queste persone verso la Libia e l’Europa sono particolarmente preoccupanti.

Ci sono circa 27.000 eritrei e 7.700 sudanesi in Israele. Da quando nel 2009 Israele ha assunto la responsabilità diretta di determinare lo status di rifugiato, solo dieci eritrei e un sudanese sono stati riconosciuti come rifugiati. Altri 200 sudanesi, tutti provenienti dal Darfur, hanno ricevuto lo status umanitario in Israele e a questi ne seguiranno altri 300, secondo una dichiarazione ufficiale. Dal Maggio del 2016 Israele non ha più accolto eritrei né sudanesi.

L’UNHCR è pronto a lavorare con Israele per individuare soluzioni alternative che siano in linea con gli standard internazionali per rispondere ai bisogni di protezione dei richiedenti asilo. Tra queste è incluso il reinsediamento al di fuori di Israele, che già stato messo in pratica in passato.