L’UNHCR e i suoi partner chiedono 296 milioni di dollari USA per la crisi di rifugiati del Burundi

Pubblicato il 15 gennaio 2019 alle 14:19

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e 35 partner lanciano oggi un appello congiunto per la raccolta di 296 milioni di dollari USA volti ad assicurare con urgenza aiuti cruciali per il 2019 ai circa 345.000 burundesi rifugiati nei Paesi confinanti.

Quella del Burundi costituisce una delle crisi di rifugiati maggiormente trascurate a livello mondiale e il dato è misurabile: nel 2018 è stata fra quelle per cui sono stati raccolti meno fondi.

Le conseguenze di tale situazione sono avvertite indiscriminatamente dai rifugiati burundesi in quattro Paesi confinanti: Tanzania, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Ruanda e Uganda. La popolazione sta resistendo a tagli alle razioni alimentari, carenza di medicinali, scuole sovraffollate e alloggi inadeguati. Nonostante i grandi sforzi di tutti gli attori coinvolti, è necessario garantire ulteriore supporto per assicurare una risposta adeguata perfino alle esigenze più basilari.

I bambini, che rappresentano oltre la metà della popolazione rifugiata, sono i più colpiti da questa crisi. Molti sono giunti nei Paesi in cui si trovano in seguito alla separazione dai propri genitori o da altri familiari. Gli ostacoli nel garantire affidamenti sicuri e adeguati sono significativi. Altri soffrono di stress emotivo causato dalle violenze a cui hanno assistito. Questi bambini hanno bisogno di supporto psicosociale.

L’accesso all’istruzione dopo le scuola primaria è ancora estremamente ridotto. Solo il 20% dei bambini burundesi rifugiati in età di istruzione secondaria frequenta la scuola. In tutta la regione è fortemente necessario un numero maggiore di insegnanti e di risorse didattiche. Le classi sono talmente sovraffollate che in Tanzania gli studenti si accontentano di fare lezione sotto gli alberi invece che nelle aule.

Donne e ragazze sono esposte a elevati livelli di sfruttamento e violenza sessuale e di genere. Gli alloggi improvvisati e fatiscenti non garantiscono protezione. La mancanza di materiali per cucinare e per la costruzione delle abitazioni costringe donne e ragazze a percorrere lunghe distanze a piedi per raccogliere la legna fuori dai campi e dagli insediamenti, trovandosi così isolate e vulnerabili a possibili aggressioni.

L’anno scorso, sono state tagliate le scorte alimentari in Tanzania, RDC e Ruanda. Le famiglie sono state lasciate regolarmente, ogni mese, senza sufficienti quantità di cibo. Donne e ragazze stanno facendo ricorso a meccanismi negativi di risposta, fra cui “sesso per sopravvivenza” (survival sex) e matrimoni precoci e forzati.

Alla luce delle politiche in vigore in Uganda, Ruanda e RDC, che consentono ai rifugiati di lavorare ed essere imprenditori, un obiettivo chiave è quello di aiutare a generare opportunità economiche che permetteranno loro di acquistare scorte supplementari di cibo e guadagnarsi da vivere.

Se da un lato le condizioni di sicurezza nel loro insieme sono migliorate in Burundi, dall’altro persistono preoccupazioni significative relativamente al rispetto dei diritti umani. Circa 57.000 rifugiati hanno fatto ritorno in Burundi dalla metà del 2017, esprimendo il desiderio di tornare nelle proprie case e nelle proprie fattorie, e di riunirsi alle proprie famiglie. Altri rifugiati ritornati nel Paese ritengono che, per quanto problematico, vivere a casa propria costituirà un miglioramento rispetto alla condizione vissuta da rifugiati.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ritiene che le condizioni attuali in Burundi non consentano di promuovere il ritorno nel Paese, nonostante fra i rifugiati assistiti vi sia chi affermi di aver preso una decisione consapevole decidendo di ritornare volontariamente. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati incoraggia gli Stati ad assicurare che nessun rifugiato faccia ritorno in Burundi contro la propria volontà. Dal momento che è previsto che il numero di rifugiati che faranno ritorno volontariamente nel 2019 aumenti, l’appello prevede che una parte dei fondi sarà destinata alla reintegrazione dei rifugiati nel Paese d’origine.

Intanto, una media di 300 rifugiati continua a fuggire ogni mese dal Burundi: l’UNHCR lancia un appello ai governi della regione affinché non chiudano le frontiere e garantiscano l’accesso alle procedure di asilo a quanti ne facciano richiesta.

L’anno scorso, il piano di risposta regionale inter-agenzie per la crisi di rifugiati del Burundi ha ricevuto solo il 35% dei 391 milioni di dollari statunitensi richiesti. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sollecita la comunità internazionale ad accelerare le procedure e destinare più fondi all’appello di quest’anno al fine di assicurare la disponibilità di aiuti umanitari, cruciali per rispondere ai bisogni basilari della popolazione.

 

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