Sempre più rifugiati ottengono permessi rilasciati per motivi familiari, di lavoro e di studio secondo uno studio UNHCR-OCSE

Pubblicato il 20 dicembre 2018 alle 9:31

Un rapporto pubblicato ieri indica che negli ultimi otto anni i Paesi OCSE hanno accolto un maggior numero di persone provenienti dai principali Paesi di origine dei rifugiati grazie a permessi rilasciati per motivi non-umanitari rispetto a schemi di reinsediamento.

Da uno studio condotto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) intitolato “Percorsi sicuri per i rifugiati”, emerge infatti che le persone provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq, Somalia e Eritrea ed entrate in Paesi OCSE grazie a permessi per motivi familiari, di lavoro e di studio sono state oltre 560.000, rispetto alle 350.400 che nello stesso periodo sono state accolte attraverso schemi di reinsediamento.

Dal calcolo sono esclusi i cittadini di quegli stessi Paesi a cui è stato concesso lo status di rifugiato o permessi umanitari attraverso sistemi e procedure nazionali in materia di asilo; si calcola che siano 1,5 milioni, una cifra che sottolinea l’importanza cruciale di avere sistemi di asilo nazionali equi ed efficienti.

Di tutti i permessi di ingresso non-umanitari rilasciati dai Paesi OCSE a persone provenienti dai cinque Paesi di origine dei rifugiati, i permessi per motivi familiari rappresentano l’86%, seguiti dai permessi per motivi di studio (10%) e di lavoro (4%).

“Pur non sostituendo il reinsediamento, tali percorsi possono integrare i programmi umanitari facilitando l’ingresso sicuro e legale dei rifugiati in altri Paesi. Questo può contribuire non solo a ridurre il numero di rifugiati che si vedono costretti a intraprendere viaggi pericolosi, ma anche ad alleviare le tensioni nei principali Paesi di accoglienza”, ha dichiarato Volker Türk, Assistente dell’Alto Commissario UNHCR per la Protezione.

Lo studio pubblicato è il primo tentativo di fornire una mappatura completa di questo genere, nel rispetto degli impegni assunti dalla comunità internazionale nella Dichiarazione di New York su rifugiati e migranti del 2016 nell’intento di migliorare la raccolta di dati sul reinsediamento e sugli altri percorsi volti all’accoglienza dei rifugiati.

“Nell’attuale contesto globale di flussi migratori su larga scala e di movimenti forzati, i percorsi alternativi, quali i permessi rilasciati per motivi familiari, di studio e di lavoro, possono dare un contributo importante. Auspichiamo che i dati raccolti possano aiutare gli Stati a rafforzare ulteriormente sistemi di accoglienza prevedibili, sostenibili e volti alla protezione”, ha affermato Stefano Scarpetta, Direttore dell’OCSE per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali.

Considerando che le regioni in via di sviluppo ospitano l’85% dei rifugiati nel mondo, ovvero 16,9 milioni di persone, uno degli obiettivi chiave che si pone il Patto Globale sui Rifugiati è proprio quello di assicurare una condivisione delle responsabilità più tempestiva, equa e prevedibile favorendo l’accesso dei rifugiati a Paesi terzi.

Sulla base dei risultati presentati nel rapporto si procederà a sviluppare una strategia triennale come previsto dal Patto Globale sui Rifugiati per incrementare le opportunità di reinsediamento e i percorsi complementari.

I dati contenuti nel rapporto verranno inoltre aggiornati regolarmente e pubblicati dall’UNHCR e dall’OCSE ogni due anni.

Il report è disponibile a questo link.

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