A nove anni dalla nascita del Sud Sudan, il suo popolo continua a lottare per la pace

Nonostante i timori di un futuro incerto, i cittadini della nazione più giovane del mondo si aggrappano alla speranza di un Sud Sudan pacifico.

Di Elizabeth Marie Stuart a Juba, Sud Sudan | 09 luglio 2020

Tutto è cominciato quando ha fatto scemare una discussione ad una pompa dell’acqua nel centro di Don Bosco per gli sfollati interni a Juba, nel Sud Sudan, dove le lunghe file sotto il sole spesso portano ad avere i nervi a fior di pelle e ad agitarsi.
Poi è intervenuta per aiutare un vicino di casa alcolizzato e ha aiutato una donna ad accedere alle cure mediche in seguito a una violenza sessuale.

A 37 anni Salwa Atoo, mamma di 7 figli con gli occhi che brillano e un carattere che non tollera sciocchezze, è la mediatrice dei conflitti del quartiere. Dai battibecchi sulle stoviglie in prestito alle violenze domestiche – se c’è un problema nel centro Don Bosco, Salwa lo sa e sta lavorando a una soluzione.

“Non so perché la gente viene a chiedermi aiuto”, dice.

Salwa è una sarta e non ha mai ricevuto un’educazione formale. Prima di stabilirsi al centro Don Bosco nel 2014, dopo aver perso il marito e la casa a causa della guerra civile, aveva vissuto tutta la sua vita in un piccolo villaggio rurale dove le è stato insegnato che “una donna non ha diritto di parlare davanti agli uomini”.

Ma oggi è orgogliosa di potersi prendere cura della sua comunità.

Nove anni dopo l’indipendenza del Sud Sudan, sette anni dopo l’inizio di una sanguinosa guerra civile e due anni dopo che le parti in conflitto hanno firmato un accordo di pace, resta ancora molto da fare nel Paese più giovane del mondo per garantire un futuro sicuro e stabile al suo popolo.

Mentre le parti in conflitto hanno formato un nuovo governo unificato, l’accordo di pace deve ancora essere pienamente attuato e milioni di persone restano sfollate – quasi 1,7 milioni nel Sud Sudan e più di 2,2 milioni come rifugiati nei Paesi vicini.

Il conflitto armato continua tra il governo e i non firmatari dell’accordo di pace in alcune aree, mentre in altre è in aumento la violenza intercomunitaria alimentata dalla concorrenza sulle risorse, dal facile accesso alle armi e dalla debolezza dello stato di diritto.

“Nella costruzione della nazione, ognuno ha il proprio ruolo da svolgere”.

L’impatto della violenza è stato ulteriormente aggravato dall’attuale pandemia COVID-19, con restrizioni alla circolazione dovute alle misure di blocco del Paese che ostacolano la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire aiuti.

In mezzo a tutta questa incertezza, i sud sudanesi come Salwa hanno continuato a sostenersi l’un l’altro, come hanno fatto per decenni di guerra e di esodi, prima e dopo la fondazione del Paese. Il suo è solo un esempio di come la popolazione del Sud Sudan stia alimentando le speranze reciproche lungo la strada del loro giovane Paese verso una pace duratura attraverso piccole azioni quotidiane.

“Nella costruzione della nazione, ognuno ha il proprio ruolo da svolgere”, dice Angelina Nyajima, ex rifugiata ora tornata a casa.

Angelina ha fondato un’organizzazione no profit, chiamata Hope Restoration South Sudan, per realizzare progetti di costruzione della pace e di emancipazione femminile, dopo aver trascorso 15 anni nei campi rifugiati in Etiopia e Kenya. L’Ong ha aumentato la sicurezza per le donne e le ragazze a Leer, Unity, rinnovando tre strade invase dai cespugli, che erano diventate un rifugio per i criminali. In questo momento, Hope Restoration sta costruendo un tribunale tradizionale per  risolvere pacificamente le controversie familiari e comunitarie.

I contributi degli altri sono più modesti, ma non per questo meno incisivi. Isaac Mabok, sfollato interno che vive in un sito di protezione dei civili delle Nazioni Unite (POC) a Malakal, nella regione dell’Alto Nilo, sta aiutando a costruire un futuro migliore per il Sud Sudan, diventando un modello di resilienza e duro lavoro per i suoi sette figli. Si è rifiutato di arrendersi dopo aver perso la gamba per una ferita d’arma da fuoco e, di conseguenza, il suo sostentamento come agricoltore. Invece, ha iniziato un programma di formazione professionale e ha acquisito nuove abilità.

“Quando gli uomini vanno in guerra, tanto è lasciato sulle spalle delle donne”.

“Bisogna cercare di evitare di rimanere inattivi”, dice. “Lottate per voi stessi, per la vostra famiglia e per la vostra comunità, nonostante tutte le sfide e le difficoltà, mentre con la preghiera e la fede in Dio sperate in un domani migliore”.

Adesa Fiada fa volontariato come insegnante presso l’Associazione delle donne di Anika a Yambio, Sud Sudan, che riunisce donne e ragazze per condividere competenze e risorse.

“Fare un corso di sartoria mentre ero rifugiata nella Repubblica Democratica del Congo mi ha dato uno scopo durante un periodo difficile e mi ha aiutato a prendermi cura della mia famiglia”, dice. “Quando gli uomini vanno in guerra, tanto è lasciato sulle spalle delle donne”.

Da quando Akendru Onesta è tornata in Sud Sudan dall’Uganda, dove è cresciuta in un campo rifugiati, ha utilizzato il denaro guadagnato con il suo lavoro con l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, per pagare le tasse scolastiche di cinque nipoti. In questo modo, dice, spera di “aiutarli ad aiutare gli altri un giorno”.

“Non abbiamo niente se non abbiamo speranza”.

Ognuno dei percorsi di questi individui – come quello del Sud Sudan nel suo complesso – è stato irto di sfide.

Ognuno di loro si è chiesto, come ha fatto Angelina dopo che gli uffici della Hope Restoration sono stati ridotti in macerie durante la guerra civile, costringendo i suoi 15 dipendenti a fuggire: “Cosa sto facendo? A volte ci si sente come se ci si sforzasse così tanto, per poi tornare a zero”.

Ma loro scelgono di restare per le loro comunità.

“Non siamo niente se non abbiamo l’un l’altro”, dice Angelina. “Non abbiamo niente se non abbiamo speranza”.

Scritto con Martim Gray Pereira a JamJang e Serhii Chumakov a Malakal.