Il viaggio terribile di una ragazza salvata nel Mediterraneo è finalmente terminato

di Marco Rotunno, Agrigento

Una richiedente asilo a cui è stato permesso di sbarcare dalla nave Open Arms sull’isola di Lampedusa ricorda l’orrore del suo viaggio.

Feven* continua a guardarsi i piedi. La voce della diciottenne è un sussurro, in mezzo a quelle di dozzine di persone, richiedenti asilo nel centro di accoglienza vicino Agrigento. I ricordi del suo calvario sono ancora troppo vividi.

“C’erano solo due bagni per 130 persone. Dormivamo tutti insieme sul ponte della nave: alcune aree erano all’ombra, altre no. Facevamo a turno”, racconta.

“Eravamo molto denutriti, ma non a causa di quei giorni trascorsi sulla nave. Era tantissimo tempo che non mangiavamo a sufficienza, nel lungo periodo trascorso negli hangar dei trafficanti in Libia”, confessa con un filo di voce.

 

Feven è una dei fortunati ad essere scesi per primi a terra.

Era stata salvata il 1° agosto dalla nave di soccorso Open Arms: il 15 agosto è stata evacuata a Lampedusa con altre 13 persone per motivi medici. Altre cento persone, che erano state salvate in acque internazionali al largo della costa libica, sono rimaste sulla nave per altri sei giorni.

Il calvario di Feven era cominciato all’inizio del 2017, quando a soli 15 anni era dovuta fuggire dall’Eritrea. Completamente sola. Ora non vuole parlare del suo viaggio prima della Libia, né dei 18 mesi trascorsi lì, nelle mani dei trafficanti. Molte donne in questi centri hanno subito violenze, stupri e torture allo scopo di estorcere denaro ai familiari rimasti a casa. Alcune sono state uccise.

“Imbarcavamo acqua”.

I trafficanti tengono prigionieri migranti e richiedenti asilo in Libia per mesi, a volte per anni, prima di farli imbarcare verso l’Europa. Feven ha detto che sulla barca con lei c’erano 52 persone provenienti da vari paesi africani, tra loro 15 donne e due bambini. Il viaggio è stato un incubo.

“La barca di legno è rimasta bloccata al largo della Libia per due giorni. Il motore si era rotto. Imbarcavamo acqua. Le onde erano così forti…Eravamo terrorizzati ma venivamo dall’inferno, non avevamo paura di morire. Poi la Open Arms ci ha salvato”, ha detto.

Successivamente però, è iniziato un nuovo tipo di calvario. Non era come guardare la morte in faccia su una barca sgangherata e pericolante, ma non meno sconcertante. Non potendo capire cosa stesse succedendo, ha aspettato mentre passavano le ore e poi i giorni. Per tutto questo tempo, la sua ansia non faceva che crescere.

“Ci siamo fatti un’idea del problema dalle espressioni preoccupate degli altri passeggeri. Non ci era permesso di lasciare la barca perché l’Europa non ci voleva. Poi abbiamo iniziato a temere il peggio, che potessimo essere rimandati nell’inferno: in Libia”.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, aveva inviato un appello ai governi europei per permettere all’Open Arms lo sbarco delle persone a bordo. Quattro giorni dopo l’arrivo sulla terraferma di Feven e del suo gruppo, gli altri hanno finalmente ottenuto lo sbarco in seguito all’intervento della procura di Agrigento.

Il soccorso in mare, un imperativo umanitario e un obbligo legale di diritto internazionale, è stato ostacolato in maniera crescente negli ultimi anni. Oltre 800 persone hanno perso la vita o risultano disperse nel Mediterraneo quest’anno.

Per l’UNHCR un aumento della capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale è assolutamente necessario, e le navi delle ONG dovrebbero essere sostenute nel salvare vite umane.

A causa degli intensi combattimenti e delle diffuse di violazioni dei diritti umani, inclusa la detenzione arbitraria, la Libia non può essere considerata un porto sicuro e nessuno dovrebbe esservi riportato.

E’ necessario un approccio collaborativo che coinvolga gli Stati da entrambi i lati del Mediterraneo per garantire sbarchi veloci e prevedibili e ridurre la perdita di vite umane nel Mediterraneo. Maggiori sforzi sono inoltre necessari per portare al sicuro i rifugiati che si trovano in Libia. Nessuno dovrebbe pensare che sia meglio rischiare la propria vita, e quelle dei propri familiari, in una traversata spesso mortale. È necessario aumentare e rendere più rapidi i canali sicuri e legali verso l’asilo, incluse le evacuazioni e il reinsediamento.

* Feven ha chiesto che non venisse usato il suo vero nome per motivi di sicurezza