In Svizzera i rifugiati proteggono i più vulnerabili dal COVID-19

Una rete di rifugiati siriani costituisce un ponte vitale verso il mondo esterno per gli anziani e i più vulnerabili in Svizzera.

Di Tim Gaynor e Elisabet Diaz Sanmartin | 26 marzo 2020

Marie-Claude, medico in pensione, vive da sola in Svizzera ed era preoccupata di come avrebbe potuto ridurre al minimo la sua esposizione al COVID-19. Poi il suo telefono ha squillato. Era il suo amico Shadi Shhadeh, rifugiato siriano, che le chiedeva come poteva aiutarla.
“Quando è iniziata l’emergenza coronavirus, mi ha subito chiamato: ‘Hai bisogno di qualcosa?’ È quasi diventato un figlio”, dice Marie-Claude, sulla fine dei suoi sessant’anni, i cui figli adulti vivono a centinaia di chilometri di distanza in Germania e in Austria.

Alla ricerca di modi pratici per aiutare gli altri, nel paese che gli ha dato sicurezza, Shadi ha rapidamente mobilitato una rete di volontari a Ginevra e Losanna per fare acquisti e commissioni per gli anziani, i malati e le persone più a rischio.

La comunità dei rifugiati siriani è entrata in azione, attingendo a un profondo senso di responsabilità nei confronti dei più bisognosi e ad anni di esperienza nel sopravvivere al pericolo e all’incertezza.

“Abbiamo vissuto, e stiamo ancora vivendo, una crisi come rifugiati”, dice Shadi, 34 anni, originario di Daraa, a sud di Damasco, arrivato in Svizzera nel 2013. “Questo ci mette probabilmente in una posizione migliore per capire che c’è una crisi e come aiutarci”.

La Svizzera, con una popolazione di 8,5 milioni di abitanti, conta oltre 11.000 casi confermati di COVID-19, il che la rende uno dei 10 Paesi più colpiti al mondo.

“Siamo un gruppo di rifugiati siriani, pronti ad aiutarvi a rimanere a casa facendo la spesa”.

Quando la pandemia è stata dichiarata, la moglie di Shadi, Regula, che è svizzera e ha genitori anziani, si è resa conto che molte persone avrebbero avuto bisogno di aiuto. Si è rivolta a Shadi per arruolare i suoi amici siriani, che hanno iniziato ad affiggere volantini nell’atrio dei condomini e all’ingresso dei supermercati.

“Siamo un gruppo di rifugiati siriani, pronti ad aiutarvi a stare a casa facendo la spesa”, si legge nel poster colorato, che fornisce un contatto e-mail – aiderefugies@gmail.com – per chi ha bisogno di aiuto. Shadi controlla le mail e assegna i volontari del quartiere, che escono più volte al giorno per fare acquisti su richiesta.

“Una donna ha chiamato e ha detto: ‘Non sono rifugiata, posso usare anche io questo servizio?’ Le ho risposto: ‘Naturalmente, ora siamo tutti rifugiati'”, dice Shadi, che lavora per un’organizzazione umanitaria di Ginevra.

Per ridurre al minimo le possibilità di contrarre o diffondere il virus, insiste sul fatto che i volontari devono seguire le più severe linee guida di salute pubblica.

“L’obiettivo di questa campagna è quello di aiutare le persone a rimanere nella loro zona protetta. In questo caso, la zona protetta è la loro casa”, dice. “Ecco perché è importante sottolineare… la sicurezza”.

E aggiunge: “Queste persone stanno proteggendo se stesse, ma stanno anche proteggendo il nostro sistema medico dal collasso. Dobbiamo sostenerle”.

La disgregazione dei servizi sanitari è qualcosa che milioni di siriani hanno sperimentato nel corso di nove anni di guerra civile, soprattutto quando gli ospedali sono diventati dei bersagli.

“Quindi sappiamo cos’è un sistema sanitario in crisi”, dice Shadi. “Conosciamo persone che sono morte per piccole ferite perché non hanno ricevuto alcuna cura, e non vogliamo arrivare a questo. Se restiamo uniti ora, sosterremo il sistema sanitario”.

I volontari del gruppo sono istruiti a lavarsi accuratamente le mani, a indossare guanti protettivi, a disinfettare le borse della spesa, a rispettare una distanza minima e a limitare le conversazioni con coloro che stanno aiutando alle sole telefonate.

“Tutti possono farlo… invito le persone a copiare questa idea e a metterla in pratica”.

La rete è composta da 26 volontari, 18 dei quali siriani. Finora il gruppo stima di aver fatto acquisti per 100-200 persone a Ginevra e Losanna, in Svizzera, e la rete di rifugiati volontari cresce di giorno in giorno. Regula, specialista della comunicazione che ha avuto l’idea, spera che l’iniziativa possa ispirare altri.

“Spero che le persone che sono in grado di fare qualcosa possano aiutare, in modo che coloro che non dovrebbero avere contatti sociali rimangano a casa”, dice.

“Tutti possono farlo. Tutto quello che dovete fare è stampare il volantino e appenderlo nel vostro edificio o al supermercato”.

Shadi vuole che tutti coloro che leggono questa storia agiscano nelle loro comunità. “Io sostengo, incoraggio e invito le persone a copiare questa idea e a metterla in pratica”, dice.

“Se in ogni edificio c’è una persona che può aiutare, il suo gesto verrà ricordato per decenni”.

Aggiunte ulteriori di Sylvie Francis e trascrizione di Haude Morel

Vedi anche: Live blog: Rifugiati nella crisi COVID-19