La comunità indigena in fuga dalla violenza in Venezuela

A causa delle violenze in Venezuela, centinaia di membri della comunità indigena Pemon sono fuggiti in un villaggio oltre il confine con il Brasile. 

Una notte di febbraio, gli abitanti di un minuscolo villaggio indigeno in una delle aree più remote del Brasile sono stati svegliati da rumori inconsueti: passi e voci umane hanno interrotto l’usuale melodia notturna della foresta e degli animali che la popolano.

I nuovi arrivati erano giunti attraversando il vicino confine con il Venezuela. In fuga dalle violenze di gruppi armati dediti al saccheggio che avevano attaccato le loro comunità, temendo per la propria vita hanno abbandonato le loro case portando con sé solamente pochi abiti, lenzuola e altri beni di prima necessità, e hanno camminato per ore nella giungla in cerca di un rifugio sicuro.

Le persone in fuga erano venezuelani appartenenti alla popolazione indigena Pemon-Taurepã, lo stesso gruppo cui appartengono anche gli abitanti del villaggio di Tarauparu, appena oltre il confine con il Brasile.

Gli abitanti di Tarauparu hanno immediatamente accolto i nuovi arrivati, esausti e spaventati. “C’erano persone malate e con disabilità, oltre a neonati, bambini e donne incinte,” ha affermato Aldino Alves Ferreira, 43 anni, tuxaua (capo) di Tarauparu. “Abbiamo subito deciso di ospitare questi rifugiati.”

 

“Non pensavo che sarebbe successo. Siamo dovuti fuggire all’improvviso.”

 

“Il primo giorno sono arrivate 67 persone, e poi oltre 200 persone nei due giorni successivi. Molte altre hanno continuato ad arrivare per altri sei giorni di fila,” racconta Aldino, sottolineando che in totale oltre 1.300 Pemon provenienti dal Venezuela hanno cercato sicurezza a Tarauparu, dove prima della crisi gli abitanti erano appena 263. “È stato molto difficile. Non sapevamo quante persone sarebbero arrivate.”

Tra i nuovi arrivati c’era Magdalena, 21 anni, fuggita dalla città di Sampay, in Venezuela, dopo che gruppi armati hanno aperto il fuoco sui manifestanti in una città vicina, uccidendo e ferendo molti dei suoi vicini Pemon-Taurepã.

“Vivevamo sereni nella nostra città, fino allo scoppio delle violenze,” racconta Magdalena, che era incinta quando è fuggita insieme alla madre, alla nonna e a tre figli di 5, 3 e 1 anno. “Non pensavo che sarebbe successo. Siamo dovuti fuggire all’improvviso.”

 

La famiglia si è diretta a sud, facendosi strada attraverso la fitta vegetazione e tenendosi lontana dalle strade e dai sentieri più battuti, per paura di attacchi da parte di bande di saccheggiatori. Stringendo a sé solo pochi panni e abiti, le donne e i bambini hanno infine raggiunto il villaggio di Tarauparu nel cuore della notte, e lì sono state accolte dagli abitanti alla fioca luce delle torce elettriche.

Anche Annabel, suo marito Levy e i loro cinque figli hanno ricevuto una calda accoglienza al loro arrivo a Tarauparu, dopo avere abbandonato la loro casa nello sterminato Parco Nazionale di Canaima, nell’est del Venezuela.

Per generazioni i Peman hanno considerato questa zona la loro casa. Prima della crisi, Annabel e Levy lavoravano come guide turistiche, accompagnando i visitatori ad ammirare meraviglie quali Salto Ángel, considerata la cascata con il tratto di caduta ininterrotta più alto al mondo.

“Ogni mattina mi svegliavo felice, e andavo a lavorare,” dice Annabel, 28 anni, raccontando come lo scoppio improvviso delle violenze abbia stravolto la sua vita e quella della sua famiglia. “Quando abbiamo sentito che stavano arrivando i gruppi armati siamo fuggiti nella foresta.”

 

“L’UNHCR è qui ogni giorno. Lavoriamo per affrontare le sfide che si presentano.”

 

Anche se gli abitanti di Tarauparu hanno dato prova di accoglienza e resilienza davanti a questo esodo senza precedenti, garantendo ai nuovi arrivati accesso alle riserve di acqua della comunità e organizzando distribuzioni dei pasti, le risorse del minuscolo villaggio erano sottoposte a notevole pressione.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è così intervenuta per alleviare tale pressione, consegnando cibo, coperte, materassi, utensili per la cucina, prodotti per l’igiene, materiali per costruire ripari e fornendo assistenza salvavita.

“La logistica è un enorme problema,” spiega Aldino, il capo della comunità. “L’UNHCR è qui ogni giorno. Lavoriamo per affrontare le sfide che si presentano.”

A causa del crollo dell’economia venezuelana e le conseguenze che ciò comporta, tra cui la scarsità di cibo e medicinali, l’inflazione galoppante e i diffusi sconvolgimenti sociali, non è chiaro se e quando i centinaia di Pemon rifugiatisi in Brasile potranno fare ritorno in Venezuela. Per questo l’UNHCR collabora con Aldino per trovare soluzioni abitative di lungo termine per le persone in fuga a Tarauparu e nei villaggi vicini.

“Gli altri tuxauas (capi) si sono riuniti e hanno deciso di accogliere i rifugiati,” afferma Aldino.

Nel frattempo, il villaggio che negli ultimi mesi ha accolto migliaia di persone continua a crescere. Magdalena, la giovane madre di tre bambini, ha dato alla luce il suo quarto figlio all’ombra di un albero fuori dal villaggio. Il bambino è nato prima che un’ambulanza potesse portarla all’ospedale più vicino, a circa 10 chilometri di distanza.

Benché normalmente la cultura Pemon preveda che si debbano aspettare vari giorni prima di dare un nome al nuovo nato, Magdalena ha notato che un medico aveva scarabocchiato un nome sulle carte del bambino: Neymar, il nome del famoso calciatore brasiliano.

“Voglio che il mio bambino abbia da subito un nome,” afferma Magdalena con un sorriso. “Perciò Neymar andrà benissimo.”

 

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