La lotta per i diritti dei nomadi del mare nelle Filippine

Un programma sostenuto dall’UNHCR cerca di assicurare che i “nomadi del mare” nelle Filippine possano accedere all’istruzione, all’assistenza sanitaria e all’alloggio.

di Caroline Gluck a Zamboanga, Filippine | 25 settembre 2019

Da giovane, Wanita Arajani ha vissuto la vita tradizionale della sua comunità nomade, che si spostava dalle Filippine alla Malesia e all’Indonesia in barca, vivendo dei prodotti del mare. Pochi andavano a scuola, imparavano a leggere o scrivere, o avevano la cittadinanza.

“Prima, avere un certificato di nascita non era rilevante o prioritario”, spiega Wanita, ora nonna settantenne, seduta fuori dalla casa di legno su palafitte, a est della città di Zamboanga, nelle Filippine, dove ora vive la sua famiglia.

Quella vita è cambiata bruscamente nel 2013, quando è scoppiato il conflitto di Zamboanga dopo che militanti armati hanno tentato di affermare l’autonomia. Gli scontri hanno spinto la sua famiglia e migliaia di altri a cercare rifugio nei centri di evacuazione gestiti dal governo.

Gli insegnanti dei centri di evacuazione hanno incoraggiato le famiglie a mandare i loro figli nelle scuole vicine. Fu allora che Wanita apprese che sua nipote avrebbe avuto bisogno di un certificato di nascita per poter accedere all’istruzione.

Wanita ha anche scoperto che la documentazione sarebbe stata vitale per i membri della famiglia per evitare l’arresto durante i controlli di sicurezza e per consentire alla comunità a lungo marginalizzata l’accesso all’assistenza sanitaria e all’alloggio nelle Filippine.

“E’ stato difficile per noi accedere ai servizi e abbiamo sempre temuto la discriminazione”.

“È stato difficile per noi accedere ai servizi e abbiamo sempre temuto la discriminazione, perché eravamo della comunità Sama Bajau”, dice Wanita. “Ma quando avremo un certificato di nascita, ci sentiremo più rispettati e potremo vivere la vita con dignità. Mi sentirò apprezzata come cittadina”.

Le Filippine sono l’unico paese del sud-est asiatico ad aver adottato un piano d’azione nazionale per porre fine all’apolidia. Ha identificato i Sama Bajau come uno dei cinque gruppi di popolazione a rischio. Si pensa che ci siano da 10.000 a 15.000 persone della comunità Sama Bajau che vivono nella sola Zamboanga, circa l’85% delle quali non ha certificati di nascita.

Come parte di una spinta comune per risolvere la loro situazione, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, lavora dal 2016 a stretto contatto con la comunità, le autorità governative locali e la Commissione nazionale per i popoli indigeni.

A partire da questo mese, un progetto pilota sostenuto dall’UNHCR e dall’UNICEF cerca di registrare 1.500 persone nella comunità. Lavorando a stretto contatto con le autorità governative, compresa un’unità mobile dell’ufficio dello stato civile, l’obiettivo è quello di consegnare alle famiglie la documentazione entro metà dicembre.

“Quando ricevono i documenti di identificazione vengono offerte loro migliori opportunità, in particolare quando si tratta di ottenere un’istruzione e di imparare a leggere e scrivere”, dice Meriam Palma, un collaboratore dell’UNHCR per la protezione, che si occupa di questioni relative all’apolidia.

“È uno strumento importante per loro per poter far valere i loro diritti come tribù e come popolo”, aggiunge.

Wanita era già riuscita ad ottenere un certificato di nascita per la nipote quindicenne Pirina, che le serviva per potersi diplomare alle elementari e frequentare le medie.

“Sono l’unica in famiglia ad aver completato la scuola elementare”, dice Pirina, la cui foto durante la cerimonia del diploma è appesa con orgoglio sulla parete della casa di famiglia.

Dice di amare la scuola perché le piace imparare, e gli insegnanti sono gentili e buoni con lei. Sa che avere un certificato di nascita l’aiuterà in futuro. “Sarà più facile cercare e trovare un lavoro”.

“Tu sei la speranza della nostra famiglia”, interviene sua nonna. “Io sono analfabeta, contiamo su di te per aiutarci”.

Wanita è anche entusiasta che il resto della sua famiglia beneficerà presto del progetto pilota.

“Il futuro è più chiaro e luminoso. E’ come se ci stessimo dandoci una luce cherosene per illuminare il nostro cammino”.

“Sono così felice. Avrò la pace della mente”, dice. “Anche se è troppo tardi per i miei figli e le mie figlie, mi concentrerò sul cercare di fare in modo che tutti i miei nipoti possano andare a scuola. Sento che è la loro nuova speranza di avere una vita migliore. Farò del mio meglio per mandarli a scuola finché sono viva”.

I Sama Bajau considerano il mare come la loro casa e vivere lontano da esso non è stata una loro scelta. Sono stati costretti a spostarsi in base al National Integrated Protected Areas System Act, che ha dichiarato aree protette, compresa la costa dove vivono, come zone non edificabili. Ma avere diritti sulla terraferma è anche vitale per loro.

“Il futuro è più chiaro e luminoso. E’ come se ci stiate dandoci una lampada per illuminare il nostro cammino e darci speranza”, dice con un grande sorriso.

In tutto il mondo milioni di persone come Wanita sono a rischio di apolidia e altri milioni non sono riconosciuti da nessun paese come cittadini e sono apolidi.

Questo può significare che diritti e servizi essenziali che la maggior parte delle persone danno per scontati, come la libera circolazione, l’accesso alle cure mediche, l’istruzione, la ricerca di un lavoro o anche l’acquisto di una SIM per il cellulare, possono essere una battaglia quotidiana.

Per saperne di più su come puoi fare la differenza nella vita di persone come Wanita, unisciti alla campagna dell’UNHCR #IBelong per porre fine all’apolidia in 10 anni.