La sfida di aiutare i bambini rifugiati in Libia a superare il trauma

Nonostante l’instabilità della situazione l’UNHCR sta facendo tutto il possibile per aiutare i bambini rifugiati e migranti in Libia che hanno un disperato bisogno di supporto psicologico.

Di Caroline Gluck e Mohamed Alalem a Tripoli, Libia  |  28 gennaio 2020

Tentativi di suicidio, comportamenti aggressivi, disturbi del sonno e incontinenza notturna: sono solo alcuni dei sintomi mostrati da molti bambini richiedenti asilo e rifugiati in Libia che hanno affrontato violenze e sofferenza nei loro paesi di origine e durante i difficili e pericolosi viaggi per mettersi in salvo.

Oltre a ciò, i bambini e le loro famiglie hanno spesso vissuto o visto episodi di brutale violenza da quando sono arrivati in Libia, paese che dopo la rivolta esplosa nel 2011 per rovesciare l’ex leader Muammar Gheddafi continua a essere gravato da conflitti e instabilità. Molti hanno assistito a episodi che nessun bambino dovrebbe mai vedere, sviluppando elevati livelli di stress e ansia.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sostiene attività volte ad aiutare i rifugiati e i richiedenti asilo ad affrontare la loro sofferenza psichica. Nella capitale, Tripoli, è stato avviato un programma appositamente pensato per i minori presso il Centro di raccolta e partenza (GDF) della città, istituito come centro di transito per rifugiati e richiedenti asilo in attesa di essere evacuati.

Di recente, durante una sessione in cui è stato chiesto ai bambini di disegnare un’immagine che li rappresentasse e parlasse delle loro speranze per il futuro, una bambina mimava le mosse dei pugili mentre giocava. “La bambina, che ha un aspetto molto dolce, ci ha detto di voler diventare una lottatrice”, ha affermato la psicoterapeuta Nadia Tabet, che lavora per LibAid, un ONG locale partner dell’UNHCR a Tripoli.

“È tormentata da brutti ricordi”.

“Siamo rimasti sorpresi. Quando le ho chiesto il motivo mi ha risposto: ‘Voglio colpire tutti quelli che ci hanno colpito’, rivelando l’ingiustizia che ha subito”.

Dopo essere fuggite dall’Eritrea, la giovane e sua madre avevano trascorso più di un anno nel centro di detenzione di Zintan, uno dei 16 centri di detenzione ufficiali operanti in Libia, gestito dalla Direzione per la lotta all’immigrazione clandestina (DCIM), che rientra nelle competenze del Ministero degli Interni. L’UNHCR è riuscito a ottenere il loro rilascio, portandole al GDF di Tripoli in attesa di essere evacuate.

“Si svegliava di notte piangendo. Sua madre l’ha portata da noi”, ci ha spiegato Tabet. “La bambina spesso assisteva ai combattimenti notturni che avvenivano nel centro di detenzione e ha interiorizzato questa violenza. È tormentata da brutti ricordi. Stiamo cercando di curare i traumi psicologici che hanno vissuto e modificarne il comportamento violento”.

Nel 2019, l’UNHCR, in collaborazione con LibAid, ha avviato un programma psicosociale presso il GDF, nel tentativo di offrire un po’ di normalità e speranza a molti bambini precedentemente detenuti. Sono inoltre disponibili altri programmi di supporto rivolti agli adulti, sia presso la struttura che al Community Day Center dell’UNHCR situato in un’altra zona della città.

“Si svegliava di notte piangendo”.

La Libia non ha aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati. Rifugiati e richiedenti asilo sono dunque considerati migranti illegali. Possono essere arrestati e detenuti, in particolare chi viene intercettato in mare dalla Guardia costiera libica durante il tentativo di attraversare il Mediterraneo. Non è raro che rimangano in carcere per mesi o addirittura anni. Non esiste un processo di revisione giudiziaria e spesso in carcere le persone subiscono abusi, torture e violenze sessuali.

Inoltre, molti bambini potrebbero essere arrivati in Libia attraverso rotte controllate da bande di trafficanti di esseri umani, dove violenza, sfruttamento e abusi sono molto diffusi.

Il programma di sostegno per i bambini finanziato dall’UNHCR è rivolto ai minori di età compresa tra i 5 e i 12 anni. Il suo scopo è fornire uno spazio sicuro dove i bambini possano esprimersi, prendere parte ad attività ludiche per non pensare alla violenza vissuta e interagire con i propri coetanei. Per le attività sono stati forniti libri e giocattoli.

“La violenza è un problema generale nei bambini che si trovano qui” ha spiegato Jamal Bashir di LibAid, responsabile dei programmi di supporto psicosociale presso il GDF. “Il programma che abbiamo avviato mira a migliorarne il comportamento”.

“Abbiamo cercato di dare loro una routine per fargli vivere un senso di normalità, per fargli assaporare quella vita normale che non hanno avuto”.

“Sono morti tutti”.

La maggior parte dei ragazzi ha inoltre smesso di andare a scuola: qualcuno ha interrotto gli studi dopo la fuga, ma molti non hanno mai frequentato le lezioni. La consapevolezza di aver perso preziose opportunità per un futuro migliore può essere un’altra fonte di stress per loro.

I bambini si sono divertiti a partecipare alle sessioni; sentendosi al sicuro hanno parlato delle esperienze familiari vissute. Un bambino di nove anni, Mohammed*, ha riferito alla psicoterapeuta che non ama la guerra perché sia sua madre che suo fratello sono stati uccisi.

“Vogliamo andare in Europa… perché sono morti tutti”, ha detto. “Siamo rimasti solo io e mio padre”.

I genitori hanno toccato con mano i risultati positivi ottenuti dalla partecipazione dei loro figli al programma, riferendo che sono più calmi e motivati. Yusuf*, un padre che ha perso la moglie, ha dichiarato di aver visto molti miglioramenti in suo figlio da quando ha iniziato a frequentare il programma.

“Siamo molto soddisfatti del programma”, ha affermato. “Prima, mio figlio aveva un comportamento più aggressivo, ma ora si comporta normalmente e rispetta tutti”.

“In tutti i bambini che sono qui traspare molta tristezza”.

Bashir di LibAid ha raccontato che quando hanno iniziato il nuovo programma, i bambini erano così entusiasti che arrivavano un’ora prima dell’inizio delle lezioni. “Vediamo che i bambini si appassionano: questa è una novità per loro”.

“Le difficili condizioni in cui sono cresciuti, il trauma del viaggio: tutto ha lasciato un segno”, ha aggiunto. “I bambini sono solo osservatori di ciò che succede. In tutti i bambini che sono qui traspare molta tristezza. Non possono esprimerla e liberarsene. Ecco perché abbiamo creato queste attività: per aiutarli a farlo”.

A causa dell’acuirsi della situazione di instabilità a Tripoli, il programma psicosociale per i bambini è attualmente sospeso. L’UNHCR si augura di riuscire a trovare alternative per continuare questo importante lavoro.

*I nomi sono stati cambiati per tutelare i minori.