L’UNHCR contribuisce alla riapertura di una clinica durante il lockdown in Libia

La struttura fornisce servizi sanitari e di protezione gratuiti a una popolazione di 30.000 persone – tra cui libici, rifugiati e migranti.

Di Caroline Gluck a Tripoli, Libia | 16 luglio 2020

Il rifugiato del Sudan Alhadi e sua moglie Umalkeyr, dalla Somalia, siedono a cullare il loro bambino di 20 giorni in una coperta mentre aspettano di vedere un medico. La giovane coppia è venuta per far visitare Ayman, che ha un persistente problema gastrico.
La Libia è ancora alle prese con la pandemia da COVID-19. Di recente alcune restrizioni agli spostamenti sono state allentate, ma i coprifuoco notturni e nel fine settimana sono ancora in vigore e gran parte della vita quotidiana nel Paese rimane in pausa. Solo pochi negozi hanno riaperto, e la maggior parte degli esercizi commerciali e degli edifici pubblici sono chiusi. L’accesso all’assistenza sanitaria rimane una sfida per molti.

Ma durante il lockdown, un centro sanitario di base nel quartiere Gergaresh di Tripoli – che serve un bacino d’utenza di almeno 30.000 persone, compresi rifugiati e migranti provenienti dall’Africa subsahariana – ha riaperto, grazie al sostegno dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e del suo partner, l’International Rescue Committee (IRC).

Il centro, che fornisce servizi medici e di protezione a chi ne ha bisogno, è uno dei tre centri di assistenza sanitaria di base (PHCC) che attualmente operano in questo territorio, un’area in cui vivono circa 450.000 persone.

“Tutto è stato chiuso”.

“Questa clinica è vicina a dove viviamo – e questo è d’aiuto”, ha detto il diciannovenne Alhadi. “È un’ottima cosa trovare un posto vicino dove ricevere assistenza. Sono molto felice, soprattutto perché è tutto chiuso”.

Il giovane padre ha detto che uscire di casa durante il lockdown per cercare aiuto medico d’emergenza in un ospedale potrebbe essere molto difficile, dato che le autorità ai posti di controllo potrebbero fermarti.

Ha detto che sarebbe stato anche costoso: il viaggio verso l’ospedale richiede un taxi, e anche se si riesce ad arrivare spesso ci sono problemi ad ottenere il ricovero, perché molte strutture non riconoscono i documenti di registrazione dell’UNHCR, o richiedono pagamenti anticipati.

Quando a marzo sono apparsi i primi casi di COVID-19, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e il PHCC di Gergaresh è stato chiuso nel tentativo di contenere la diffusione del virus. Nella clinica, il personale ha dovuto affrontare la carenza di attrezzature, compresi i dispositivi di protezione individuale, e non è stato formato su come gestire e controllare le malattie infettive.

Quando l’UNHCR e il suo partner, l’IRC, si sono offerti di intervenire e di fornire servizi attraverso un team medico e di protezione dell’IRC, procurandosi anche le attrezzature e offrendo formazione al personale locale, il responsabile del PHCC, Belgasim Shibli, ha accettato con entusiasmo.

“Siamo aperti ai libici, ai rifugiati, ai migranti”.

“Ci sono grandi esigenze sanitarie in questo comune”, ha detto. “Quando il centro ha chiuso, molti libici hanno cercato assistenza medica nelle unità di emergenza degli ospedali, il che ha causato il sovraffollamento”.

“I servizi forniti qui hanno un enorme impatto sulla popolazione locale. Siamo aperti ai libici, ai rifugiati, ai migranti”, ha aggiunto Shibli. “Possiamo fornire servizi integrati a tutti, indipendentemente dal loro background”.

Il personale libico che lavora nel centro, che presto riprenderà il suo lavoro a fianco del team dell’IRC, ha ricevuto diverse sessioni di formazione sul controllo e la cura delle malattie infettive.

L’UNHCR e l’IRC si sono procurati congiuntamente guanti, mascherine, occhiali, disinfettanti, termometri e altre attrezzature mediche e da ufficio. Sarà inoltre fornito un generatore, per garantire alla struttura un accesso costante all’elettricità durante l’orario di lavoro.

Il team di protezione dell’IRC visita quotidianamente la struttura per fornire supporto psicosociale e servizi a donne e ragazze, specialmente a coloro che sono sopravvissute a violenza di genere.

Il centro ha introdotto misure di distanziamento sociale per garantire un numero minore di persone all’interno della sala d’attesa principale, mentre altre aspettano nel cortile ombreggiato all’esterno. Ai pazienti vengono date delle mascherine e la temperatura viene controllata all’ingresso.

Oltre a fornire servizi sanitari ai rifugiati e ai richiedenti asilo direttamente in diversi centri sanitari e comunitari in tutto il Paese, in risposta alla pandemia l’UNHCR ha anche intensificato il suo sostegno ai sistemi sanitari nazionali, fornendo generatori, ambulanze, tende mediche e unità prefabbricate utilizzate come sedi di prima accoglienza e di esame per il rilevamento del COVID-19.

Il dott. Meftah Lahwel, funzionario per la sanità pubblica dell’UNHCR, ha detto che è importante essere in grado di fornire servizi sanitari essenziali a tutti in questo momento di crisi per il COVID-19, compresi i servizi di salute riproduttiva e di salute mentale.

“Le esigenze sanitarie qui sono enormi. Stiamo lavorando in questa struttura per fornire accesso gratuito all’assistenza sanitaria a tutti, indipendentemente dal loro status”, ha detto Lahwel. “Questa partnership è uno dei passi per fornire servizi sanitari integrati per i rifugiati e i richiedenti asilo nelle aree in cui risiedono”.

Anche i pazienti libici in fila accanto ai rifugiati e ai migranti nell’area di attesa sono stati contenti che il centro sia tornato in funzione. Halwa, una madre libica che aveva partorito nove giorni prima ed era venuta a fare un check-up, ha detto: “Tutti si sono impegnati molto per riaprire questo posto. Venire qui ci è stato di grande aiuto”.

Il dottor Wafa Elmati è un membro dell’équipe dell’IRC, che comprende un ginecologo, uno psichiatra, uno psicologo, un medico, un infermiere e un farmacista, oltre al personale di protezione che si occupa di assistenza psicosociale, di attività ricreative per i bambini e di consulenza sulla salute mentale.

Molti casi coinvolgono pazienti con problemi cronici come il diabete e l’ipertensione, che richiedono cure costanti che erano state interrotte durante il periodo di isolamento. Ma Elmati ha detto di aver visto anche casi di malnutrizione, scabbia e persino tubercolosi.

“Sono molto felice di lavorare qui. Quando arrivano molti pazienti sono stressati e spaventati, ma se ne vanno con il sorriso sulle labbra”.