Professionisti nicaraguensi fuggono in Costa Rica in cerca di sicurezza

Professionisti quali medici, avvocati e professori sono tra coloro che sono stati costretti a fuggire dal Nicaragua per poter continuare a svolgere il proprio mestiere.

Quando nel 2018 sono scoppiate le proteste anti-governative in Nicaragua, Sara*, di professione pediatra, sapeva che il rispetto del Giuramento di Ippocrate la obbligava a fornire cure a chiunque ne avesse avuto bisogno. Braulio Abarca, avvocato difensore dei diritti umani, sentiva che era suo dovere difendere i diritti dei manifestanti arrestati e spediti nella famigerata prigione di El Chipote, a Managua. Mentre per Carlos*, professore universitario, era fondamentale restare accanto ai suoi studenti durante le manifestazioni.

Per il loro coraggio e i loro principi, questi professionisti hanno dovuto affrontare ritorsioni, intimidazioni e minacce di morte. Tutti e tre sono fuggiti dal loro paese per salvarsi la vita, e hanno presentato richiesta di asilo nella vicina Costa Rica. Dall’inizio della repressione delle proteste nel 2018, la Costa Rica ha accolto oltre 68.000 dei circa 82.000 nicaraguensi fuggiti dal loro paese.

La repressione in Nicaragua non ha preso di mira solo i dimostranti ma anche tutti coloro che erano sospettati di averli aiutati o di aver simpatizzato con loro. Impossibilitati a praticare le professioni per cui avevano lavorato tanto, Sara, Braulio e Carlos hanno dovuto faticare per trovare qualunque tipo di occupazione che gli permettesse di sopravvivere.

Dopo l’annuncio del divieto, per i medici degli ospedali pubblici, di fornire cure a chiunque fosse sospettato di essere stato ferito nel corso delle manifestazioni, Sara, 34 anni e madre di due bambini, si mise d’accordo con un gruppo di altri medici, infermieri e paramedici per curare i pazienti in difficoltà. Di conseguenza, Sara cominciò a essere oggetto di ritorsioni: gruppi paramilitari iniziarono a pedinarla in varie occasioni, arrivando ad attenderla fuori dalla casa in cui viveva con i suoi bambini.

 

“Ci hanno costretto a fuggire dal paese… Se non l’avessimo fatto, saremmo stati incarcerati o uccisi.” 

 

“Ho deciso di andarmene immediatamente… la mia vita era in pericolo, non potevo più restare,” racconta. “Ho lasciato l’ospedale in cui lavoravo, mi sono lasciata alle spalle tutta la mia vita, che scorreva così tranquilla. Ho portato via i miei bambini da quella che era una situazione invidiabile e ora viviamo in condizioni che non avrei mai auspicato per loro.”

Eppure, insiste, non ha avuto altra scelta.

“Ci hanno costretto a fuggire dal paese,” afferma Sara, la quale ha chiesto che la sua identità non venisse rivelata per non rischiare che anche i suoi familiari e amici rimasti in Nicaragua fossero presi di mira. “Se non ce ne fossimo andati, saremmo stati incarcerati o uccisi.”

Braulio, 28 anni, è avvocato e lavorava per il Centro Nicaraguense per i Diritti Umani; anche lui è stato vittima di minacce e ritorsioni per aver difeso alcuni manifestanti detenuti nella prigione di El Chipote in cui, secondo gli attivisti, le persone incarcerate sono regolarmente vittima di torture e violenze sessuali.

 

 

“In quanto difensori dei diritti umani, parlavamo in nome di coloro che erano stati zittiti per il fatto di avere idee diverse da quelle del governo,” afferma. Racconta inoltre di aver ricevuto vari messaggi sui social in cui c’era scritto che se avesse continuato a parlare contro la polizia si sarebbe “svegliato con le mosche in bocca”, ossia sarebbe stato ucciso, per il semplice fatto di aver svolto il proprio lavoro.

Con l’aiuto di un “coyote”, cioè di un contrabbandiere, una notte Braulio è riuscito ad attraversare il confine meridionale del Nicaragua e a raggiungere la Costa Rica.

“A volte un difensore dei diritti umani deve anche arrivare a suggerire alle persone di lasciare il paese per proteggere la propria vita e la propria libertà. Io stesso ho dovuto farlo, ho dovuto prendere uno zaino, una maglietta, un paio di pantaloni e delle scarpe, per poi attraversare il confine illegalmente, senza poter dire addio alla mia famiglia… non lo auguro davvero a nessuno.”

Per Carlos, il professore universitario che ha partecipato alle proteste insieme ai suoi studenti, le minacce sono state ancora più esplicite. Ha raccontato di essere stato vittima di colpi di arma da fuoco per ben tre volte. In un’altra occasione, si è trovato a dover fare i conti con un gruppo armato i cui membri pattugliano le case di coloro che sono sospettati di essere oppositori politici, e ha ricevuto minacce di morte.

Le minacce hanno spinto Carlos a prendere una decisione.

“Mia figlia vive qui. Anche i miei altri figli vengono qui… e i miei nipoti abitano qui,” spiega Carlos, che a 60 anni ha tre figli, nove nipoti e un bis-nipote. “Se non voglio mettere la mia famiglia in pericolo, devo andarmene.”

 

“Sono tutti casi che rientrano tipicamente nel nostro mandato… Si tratta di individui e famiglie in fuga da persecuzioni.”

 

Come Braulio, Carlos ha attraversato il confine durante la notte e presentato richiesta di asilo in Costa Rica.

“Sono tutti casi che rientrano tipicamente nel nostro mandato,” spiega César Pineda, 42 anni, Capo dell’Ufficio regionale dell’UNHCR a Upala, una cittadina costaricana situata vicino al confine col Nicaragua.

“Si tratta di individui e famiglie in fuga da persecuzioni… ci sono persone che sono state vittima di violenza, di torture o di minacce, e che per questo hanno valide ragioni per temere ritorsioni qualora dovessero fare ritorno in Nicaragua.”

Per questi tre professionisti costretti a fuggire dal loro paese per aver fatto il proprio lavoro o per aver espresso un’opinione politica, sbarcare il lunario in Costa Rica si è rivelato un’ardua impresa.

Poiché le norme del paese richiedono una lunga procedura burocratica prima che possa riprendere la propria attività di medico, Sara ha affrontato notevoli difficoltà per trovare un lavoro qualunque, candidandosi anche per lavorare nei fast food o come cassiera al supermercato. Alla fine è riuscita a trovare lavoro come web designer, e pur ritenendosi fortunata è delusa dal non poter fare buon uso delle proprie competenze nel paese che l’ha accolta.

Nel frattempo, Braulio ha vissuto in un rifugio prima di riuscire a unirsi a sei dei suoi ex colleghi – anch’essi costretti a fuggire dopo la perquisizione e il saccheggio del centro in cui lavoravano – per creare il Colectivo de Derechos Humanos Nicaragua Nunca +, un’organizzazione non a scopo di lucro che offre supporto legale ai richiedenti asilo nicaraguensi in Costa Rica.

Quanto a Carlos, ha dovuto vivere per strada prima di riuscire a trovare lavoro come insegnante di recupero in una scuola superiore per una ONG nella baraccopoli di San José. Le condizioni non sono ancora tali da permettere ai tre di fare ritorno a casa in sicurezza, anche se è la loro più grande speranza. “Poter tornare in Nicaragua è il mio sogno,” sospira Carlos.

 

*I nomi sono stati cambiati per proteggere le persone coinvolte.