Questa famiglia colombiana è in fuga per la seconda volta

Dopo aver vissuto per sei anni in Venezuela, dove aveva ricevuto protezione come rifugiata, Yoryanis è stata costretta a tornare nel suo paese di origine, la Colombia, dove lei e la sua famiglia stanno ricostruendo le loro vite in una nuova comunità.

Marco Rotunno, da Riohacha, Colombia  |  13 settembre 2019

Da quasi vent’anni, in seguito ad una tragedia familiare, Yoryanis Ojeda e la sua famiglia allargata sono stati costretti a fuggire dalla violenza nella loro città di origine nel nord della Colombia, e sono finiti a cercare sicurezza in Venezuela, dove hanno ricevuto asilo.

Con il deteriorarsi della situazione nel loro paese di adozione, Yoryanis e la sua famiglia hanno deciso di tornare in Colombia, dove stanno ricostruendo le loro vite in un insediamento informale che ospita famiglie costrette a lasciare le loro case, provenienti da entrambi i paesi.

Quando la famiglia è tornata in Colombia nel 2015, dopo più di sei anni in Venezuela, non avevano soldi nè un luogo dove andare. Così si sono unite a un’altra decina di famiglie costrette a fuggire che si erano accampate su una spiaggia fuori dalla città costiera di Riohacha, nel nord della Colombia.

“Qui non c’era nulla, solo sabbia”.

“Qui non c’era nulla, solo sabbia”, ricorda Yoryanis, 35enne madre di due figli. Era solo un’adolescente quando insieme a 21 familiari è stata costretta ad abbandonare la sua città di origine, Matitas, nel nord della Colombia, dopo la morte di un suo zio nel 2002. “Abbiamo iniziato a costruire pezzo dopo pezzo le nostre cambuche, piccoli rifugi costruiti con pezzi di plastica e metallo”.

Il piccolo insediamento sulla spiaggia ha iniziato a crescere man mano che aumentava la mancanza di cibo e medicinali in Venezuela, fino a raggiungere una situazione sempre più critica. Si calcola che 4,3 milioni di persone abbiano abbandonato il Venezuela in conseguenza della crisi, e ora oltre 318 famiglie (circa 1.000 persone costrette a fuggire da entrambi i lati della frontiera) hanno sfidato gli elementi per costruire rifugi nell’insediamento in costante espansione. L’insediamento, che ha ricevuto l’affettuoso appellativo di “Brisas del Norte” (Venti del Nord), per i venti che soffiano dai Caraibi, all’inizio non aveva nè elettricità nè acqua corrente. Anche il mare si è dimostrato una forza da tenere in considerazione. La linea della costa è in costante recessione, costringendo a volte i residenti a spostare i loro ripari, e le piogge non facevano altro che peggiorare la situazione.

Tuttavia, Brisas del Norte è diventato, per necessità, la casa di Yoryanis, che porta con sè quasi 20 anni di esilio, da quando la sua famiglia è stata costretta a fuggire dai gruppi paramilitari che all’epoca controllavano parte del territorio colombiano.

“Mio zio è stato ucciso nel 2002 quando io ero un adolescente”, ci racconta, e aggiunge: “Era come un padre per me. Da quella notte la mia vita è diventata un incubo”.

Dopo il delitto, Yoryanis e la sua famiglia si sono trasferiti in un primo momento in una città vicina. Però sono stati scoperti dai gruppi armati, che li hanno minacciati di nuovo.

“Abbiamo capito che non potevamo tornare nel nostro paese”, dice. Nel 2009, oltre 20 membri della famiglia allargata di Yoryanis sono fuggiti in Venezuela attraverso la frontiera orientale della Colombia.

“Ho trascorso tanti anni felici in Venezuela”.

La famiglia ha trovato rifugio in una parrocchia della città costiera di Maracaibo. Lì, dei funzionari hanno informato l’UNHCR, l’Agenzia dell’ONU per i Rifugiati, che stavano ospitando una grande famiglia in fuga dalla Colombia che aveva bisogno di protezione. Così i rappresentanti dell’Agenzia si sono messi in contatto con la famiglia.

“Ci hanno sottoposto ad una valutazione per verificare la nostra storia”, ricorda Yoryanis. “Ci hanno chiesto della nostra città di origine, di quello che è successo a mio zio, delle minacce e del nostro trasferimento a Riohacha. Alla fine di questo processo, hanno dato asilo a tutti noi”.

L’UNHCR ha dato a Yoryanis una piccola sovvenzione, che le ha permesso di diventare autosufficiente aprendo una piccola attività: un negozio in cui vendeva formaggio, uova e altri alimenti. “Sono molto grata all’UNHCR e ai suoi partner per questa fase della mia vita”, dice. “Ho trascorso tanti anni felici in Venezuela”.

Ma nel 2015 la famiglia di Yoryanis si è trovata di nuovo ad un bivio. La situazione in Venezuela peggiorava rapidamente. La nonna di Yoryanis aveva bisogno di medicine per controllare una malattia cronica, ma uno dei farmaci che prendeva era scomparso dagli scaffali delle farmacie. Il compagno di Yoryanis lavorava come falegname, ma il suo stipendio permetteva a malapena di coprire le spese più essenziali. Dar da mangiare ai suoi due figli era diventato una lotta quotidiana. Alla fine, gran parte della famiglia ha dovuto prendere la difficile decisione di abbandonare di nuovo le proprie case e tornare al paese che avevano lasciato sei anni prima.

E’ stata una transizione difficile per tutti, ma soprattutto per i figli di Yoryanis: Eva di 11 anni e Andrés di 9, che hanno vissuto la maggior parte delle loro vite in Venezuela e si consideravano venezuelani nonostante fossero nati in Colombia.

“All’inizio erano persi. Si sentivano stranieri”, raconta Yoryanis, “Non potevano chiamare casa questo luogo, e gli mancava il Venezuela”.

“Cerchiamo di aiutarci a vicenda ogni giorno”.

Dopo aver vissuto in strada a Riohacha, Yoryanis e il suo compagno hanno deciso di unirsi ad una piccola comunità che si stava formando in una spiaggia vuota fuori dalla città. Il suo compagno ha sfruttato le sue abilità di falegname per montare in tutta fretta un rifugio temporaneo. Quando Brisas del Norte ha iniziato a crescere con l’arrivo di un numero sempre maggiore di famiglie costrette a fuggire, Yoryanis ha guidato gli sforzi per portare servizi essenziali alla comunità, per i quali ha organizzato eventi di bingo e lotterie per trovare fondi con cui finanziare la connessione alla rete elettrica pubblica.

“Quello è stato il nostro primo risultato comune”, dice e aggiunge che ora sta cercando di ottenere il riconoscimento ufficiale del quartiere con l’aiuto dell’UNHCR. Tale riconoscimento spianerebbe la strada all’accesso a servizi pubblici quali acqua corrente, scuole e cliniche sanitarie. È uno sforzo congiunto.

“Abbiamo avuto tutti un passato difficile ed è per questo che siamo tutti molto impegnati nel nostro futuro”, afferma Yoryanis. “Cerchiamo di aiutarci a vicenda ogni giorno.”

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