Senza scarpe e senza un campo, ma con tanta determinazione e voglia di giocare

Giocatori rifugiati e delle comunità ospitanti partecipano a un programma di tre giorni con gli allenatori della Sampdoria, nel quadro di un’iniziativa di pace.

Patrick Amba sta provando un nuovo paio di scarpe da calcio, una maglietta blu con una striscia rossa, e dei calzoncini bianchi – i colori della Sampdoria, una delle migliori squadre di calcio italiane.

Il quattordicenne, rifugiato proveniente dal Sud Sudan, è tra i 64 giocatori rifugiati e delle comunità ospitanti del nord dell’Uganda selezionati per allenarsi con i preparatori atletici della Sampdoria.

“Quando gioco a calcio sono felice, mi sento un importante membro della comunità e posso condividere le mie idee,” afferma Patrick.

Risorse quali palloni e scarpe scarseggiano qui, ma il calcio resta un modo di evadere sia per i giocatori che per gli spettatori – la speranza che lo sport possa rappresentare, un giorno, un’opportunità per un futuro migliore.

 

“Penserò io alle mie sorelle e ai miei genitori.”

 

“In futuro il calcio potrà aiutarmi in molti modi, per esempio a incontrare nuovi amici. Voglio essere così bravo a calcio da poter aiutare la mia famiglia. Mia madre fa tanti sacrifici per occuparsi di noi, e voglio aiutarla. Penserò io alle mie sorelle e ai miei genitori,” dice Patrick.

La famiglia di Patrick è fuggita dalla città di Yei tre anni fa. Hanno camminato per giorni prima di mettersi al sicuro in Uganda, dove sono ospitati più di 1 milione di rifugiati provenienti da cinque paesi, ma per lo più dal Sud Sudan.

La maggior parte dei rifugiati provenienti dal Sud Sudan ha meno di 18 anni; più della metà di loro non ha la possibilità di andare a scuola o è costretto a studiare in contesti sovraffollati e male equipaggiati.

“Per tutto il giorno pensi alle persone che hai dovuto lasciare o che hai perso, ma quando sei sul campo lo stress sparisce,” afferma Stephen Abe, 21 anni, giocatore rifugiato e allenatore.

Marco Bracco e Roberto Morosini, preparatori atletici della Sampdoria, hanno dichiarato di voler dare speranza e mostrare solidarietà a questi giovani amanti del calcio.

“I rifugiati devono affrontare molti problemi, così magari per tre giorni possono concentrarsi solo sul calcio. Era il nostro piccolo sogno e ora siamo qui, e siamo molto felici,” ha affermato Marco.

La Sampdoria, squadra fondata 73 anni fa, è partner dell’Ambasciata d’Italia in Uganda, del Comitato Olimpico Internazionale, del Comitato Olimpico Ugandese, della Federazione delle Associazioni Calcistiche dell’Uganda, di ONG italiane, di ACAV e dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

“Quando i bambini non sono a scuola non hanno molto da fare negli insediamenti, perciò lo sport li tiene impegnati e attivi. Li aiuta anche a incontrare nuovi amici, e questo promuove la pace. Questo tipo di attività ha un forte impatto sulle persone,” ha affermato James Bond Anywar, protection assistant per l’UNHCR.

 

 

L’allenamento di tre giorni prevedeva sessioni di dribbling e passaggi per costruire le capacità di coordinazione, controllo e disciplina.

“Il loro gioco è più tecnico che tattico, e giocano un calcio molto fisico. Il nostro scopo è sentirli dire ‘So cosa significa giocare come un calciatore professionista,’” ha dichiarato Marco.

“Penso siano molto bravi, perché giocare su questo campo è molto difficile. Sono forti, ci mettono il cuore,” ha dichiarato Roberto.

All’allenamento è seguito un torneo a cui hanno partecipato quattro squadre di diversi insediamenti. La squadra di Patrick ha segnato il primo goal, scatenando i festeggiamenti dei tifosi, ma hanno fatto molta fatica a mantenere il possesso di palla per il resto della partita, e alla fine hanno perso 2-1.

È stato un brutto colpo per Patrick, che si è tolto le scarpe nuove, appena inaugurate, e ha affondato il viso tra le mani mentre Stephen, suo amico e allenatore, cercava di consolarlo.

“Quando l’ho visto piangere, mi si è spezzato il cuore,” ha affermato Stephen. “Patrick ha talento e ne è orgoglioso, e può mostrarlo alle persone.”

La squadra di Patrick è arrivata quarta, mentre a vincere il torneo è stata una squadra dell’insediamento di Bidi Bidi, nel nord dell’Uganda, anche se tutti i giocatori hanno dimostrato lo stesso livello di motivazione.

“La cosa migliore è stato l’allenamento. È stato importantissimo. Ora mi sento sicuro dei miei movimenti e so molto di più sul calcio,” ha spiegato Patrick.

“Abbiamo visto una grande passione, qui. Noi siamo appassionati, ma questi ragazzi hanno una grande determinazione. Dopo questa esperienza posso tornare in Italia e spiegare ai miei stessi giocatori che ci sono persone che giocano senza scarpe e senza un campo, ma che in ogni caso vogliono giocare,” ha dichiarato Roberto.

L’esperienza è inoltre coincisa con il lancio di un programma di educazione allo sport della durata di tre anni, con lo scopo di fornire ai rifugiati e alla popolazione ugandese formazione, allenamento e corsi di gestione delle attività sportive, tutte attività che porteranno avanti il lavoro di pacificazione tra rifugiati e comunità ospitanti.

“Vogliamo che stiano insieme in modo che in futuro, quando torneranno a casa, trasmetteranno gli stessi valori. Quando sosteniamo una simile filosofia, finisce col diffondersi come una malattia,” ha affermato Haruna Mawa, ex calciatore della nazionale ugandese, che ha lavorato come allenatore insieme alla Sampdoria durante il torneo.

Tornato a casa, Patrick si concentra sulle sue faccende.

 

“Quando giocavo mi sentivo grande. Mi sentivo una star.”

 

“Pulisco la mia stanza, mi prendo cura degli animali, vado a prendere l’acqua e poi sono libero di giocare a calcio, perché inizio a sbrigare le faccende la mattina presto,” spiega.

Quando ha finito, sua madre Rose gli dà il permesso di andare con un cenno di assenso. Patrick prende il suo pallone e comincia a giocare nel piccolo lembo di terra in cui la sua famiglia alleva polli e coltiva pomodori e angurie. I suoi amici lo chiamano Salah, come il giocatore egiziano del Liverpool, Mo Salah.

“Ero uno dei più giovani in campo, ma quando giocavo mi sentivo grande. Mi sentivo una star,” ha affermato Patrick.

Rose è sempre stata fiera di suo figlio, ma resta prudente, perché teme che concentrandosi solo sullo sport suo figlio possa precludersi altre possibilità.

“Lo incoraggio ad andare a scuola e a non dimenticarsi di studiare. Dovrebbe studiare e giocare a calcio contemporaneamente.”