Un nuovo rifugio salva una famiglia Rohingya dal pericolo dei monsoni

Per salvarsi la vita questi giovani genitori Rohingya sono fuggiti nel più grande insediamento di rifugiati del mondo, dove hanno vissuto nel timore di forti piogge e frane dovute ai monsoni prima di trasferirsi in un nuovo e più sicuro rifugio.

Di Roger Burks a Cox’s Bazar, Bangladesh | 03 marzo 2020

La giovane mamma sorride mentre fa fare un pisolino all’ombra della nuova casa in bambù ad Arafat, 17 mesi. Fuori, suo fratello Ayaz, di tre anni, ride e gioca con gli amici mentre suo padre torna a casa carico di cibo per la famiglia.
È un momento felice per questa giovane famiglia, ma per Abul Kalam, Rahima Khatun e i loro figli l’attuale senso di sicurezza e benessere è in netto contrasto con i due anni e mezzo appena trascorsi.

© UNHCR/Vincent Tremeau

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Nell’agosto del 2017, Abul, Rahima e il piccolo Ayaz sono stati improvvisamente costretti a fuggire dalla loro casa vicino a Buthidaung, Myanmar, quando il loro quartiere è stato attaccato.

“Ho visto delle persone che venivano uccise”, spiega il ventisettenne Abul. “Siamo stati costretti a fuggire in fretta e non abbiamo potuto portare niente con noi. Ci sono voluti sei giorni per raggiungere il Bangladesh perché dovevamo nasconderci, ed era difficile viaggiare con un bambino piccolo”.

La loro storia è simile a quella di centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya giunti nel distretto di Cox’s Bazar in Bangladesh nel recente esodo – l’80% di loro sono donne e bambini.

“La nostra sfida più grande era il rifugio dove vivevamo…

Ogni volta che pioveva, il pavimento si bagnava e si trasformava in fango”.

Dopo aver affrontato viaggi pericolosi per salvarsi la vita, i rifugiati Rohingya hanno rivendicato lo spazio sulle colline, dove hanno costruito rifugi di fortuna. Nel giro di poche settimane, l’area è stata trasformata nel più grande insediamento di rifugiati del mondo, accogliendo circa 855.000 persone.

Tuttavia, anche se le famiglie hanno trovato sicurezza qui, hanno dovuto affrontare notevoli sfide. Oltre al degrado ambientale, ai servizi igienici inadeguati, alla mancanza di infrastrutture, la cosa più terrificante di tutte per i rifugiati Rohingya è stata la minaccia di una catastrofe nel periodo dei monsoni.

“La nostra sfida più grande era il rifugio dove vivevamo. Nel periodo dei monsoni, ogni volta che pioveva, il pavimento si bagnava e si trasformava in fango”, dice la venticinquenne Rahima della stagione umida, che va da marzo a ottobre. “C’erano insetti ed era molto malsano. Faceva ammalare i nostri figli”.

© UNHCR/Vincent Tremeau

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Per i rifugiati Rohingya, i monsoni hanno portato anche la minaccia di inondazioni e frane. Tempo estremo, pendii ripidi e rifugi di fortuna possono essere una combinazione mortale in un luogo così densamente popolato.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e i suoi partner hanno lavorato per salvare e migliorare la vita dei rifugiati di Rohingya nel periodo dei monsoni, contribuendo allo sviluppo e alla salvaguardia degli insediamenti nel distretto di Cox’s Bazar.

Come l’insediamento stesso, l’entità del lavoro è stata immensa. Più di 91.000 rifugi sono stati sostituiti o riparati, oltre alla costruzione di 27 chilometri di strade e sentieri, 78 chilometri di drenaggio, 59 chilometri di strutture di sostegno, 32 chilometri di gradini e 4,4 chilometri di ponti, illuminati da più di 2.500 lampioni a energia solare.

Per assistere ulteriormente i residenti, sono state aperte 33 strutture sanitarie e 25 centri di nutrizione, e sono stati consegnati più di 88.000 kit di emergenza a rifugiati particolarmente vulnerabili.

Alcuni degli impatti ambientali di un numero così elevato di persone che vivono nelle vicinanze sono stati affrontati anche in collaborazione con i nostri partner in ambito energetico e ambientale, tra cui il reimpianto di circa 800 ettari di terreno con 27 specie di piante e alberi locali e la formazione di 185.000 rifugiati sulla protezione dell’ambiente.

Al fine di costruire su questa collaborazione di successo e migliorare ulteriormente la vita dei rifugiati Rohingya e di circa 444.000 vulnerabili del Bangladesh nella comunità che generosamente li ospita, l’UNHCR e i suoi partner hanno lanciato il Piano di risposta congiunta 2020.

“Abbiamo fatto enormi progressi nel ridurre i rischi per la vita dei rifugiati Rohingya”.

Il piano mira a mobilitare 877 milioni di dollari per garantire l’accesso continuo al cibo, all’acqua pulita e alle strutture igienico-sanitarie, agli alloggi e ad altra assistenza urgente, oltre ad ampliare l’istruzione, i servizi energitici, ambientali e altri servizi che contribuiscono alla dignità e al benessere dei rifugiati. Il governo del Bangladesh e il suo popolo hanno offerto ospitalità e solidarietà in questo enorme sforzo.

“Insieme ai nostri partner, abbiamo fatto enormi progressi nel ridurre i rischi per la vita dei rifugiati Rohingya. Ci siamo preparati per le critiche stagioni dei monsoni e dei cicloni, quando le gravi inondazioni mettono a rischio i bambini e le piccole frane si verificano quasi ogni giorno”, dice Steven Corliss, rappresentante dell’UNHCR in Bangladesh.

Questo ha incluso la formazione di migliaia di rifugiati Rohingya nella risposta alle emergenze, la messa in atto di procedure di ricollocazione d’emergenza e l’adozione di altre misure di mitigazione. “Le risposte innovative, come il miglioramento dei rifugi, sono importanti per migliorare la vita quotidiana dei rifugiati nei campi”.

Un team di volontari Rohingya lavora per sensibilizzare la comunità su emergenze come i monsoni, oltre ad aiutare a identificare le famiglie particolarmente a rischio a causa degli effetti del tempo estremo.

© UNHCR/Vincent Tremeau

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Mohammed Halim è uno di questi volontari. Halim, 20 anni, è arrivato qui nel 2017 dopo essere fuggito dalla violenza in Myanmar insieme ai suoi genitori, alla nonna, a sette fratelli e quattro sorelle.

In una giornata tipo Mohammed trascorre otto ore o più attraversando l’insediamento, controllando le condizioni dei rifugi e il benessere dei suoi vicini, e informando l’UNHCR e i suoi partner su quali sono le famiglie più bisognose di assistenza.

“Sono orgoglioso di fare questo lavoro per sostenere la mia comunità”.

“Sono orgoglioso di fare questo lavoro per sostenere la mia comunità”, dice Mohammed. “Una volta eravamo estranei, e ora viviamo come amici”.

All’inizio di quest’anno, Abul, Rahima e i loro figli sono stati selezionati per ricevere un nuovo e migliore rifugio, costruito per resistere agli effetti del monsone e ad altre minacce meteorologiche estreme. Il rifugio è stato costruito utilizzando bambù resistenti e viene innalzato su piccole palafitte in modo che l’acqua possa scorrere sotto di esso.

Soprattutto per Rahima, è stato un cambiamento gradito.

“I volontari ci hanno aiutato il giorno in cui ci siamo trasferiti. Dopo esserci sistemati, siamo stati molto felici”, spiega. “Abbiamo cucinato un buon pasto e l’abbiamo condiviso con i nostri nuovi vicini. Prima ero preoccupata nella nostra casa precedente, ma ora non lo sono più”. Il pavimento e le fondamenta sono più resistenti”, continua. “Sono stata sollevata dal fatto che la salute dei miei figli potesse migliorare. Ora non sono preoccupata per le piogge, siamo in pace”.

Mentre il piccolo Arafat si addormenta e Ayaz di tre anni ridacchia con i suoi amici, Rahima e Abul svolgono le loro faccende domestiche con un rinnovato senso di sicurezza e speranza.

“Non vediamo l’ora di vivere una vita migliore”, dice Rahima.