Una comunità nei Paesi Baschi accoglie i rifugiati siriani

Nei Paesi Baschi, questi volontari aiutano una famiglia di rifugiati siriani in lutto a ricominciare a vivere di nuovo.

Di Zahra Mackaoui a Bilbao, Spagna | 22 novembre 2019

Quando Begoña Herrero si è offerta volontaria per aiutare una famiglia di rifugiati a stabilirsi nella sua città nel nord della Spagna, non si aspettava che anche la sua vita sarebbe cambiata in meglio.

Infermiera in pensione, Begoña ha 78 anni e vive insieme a sua sorella in una città nei Paesi Baschi.

Minwer, sua moglie Wafaa e i loro figli Andaan, Sidra, Mashal e Sham sono arrivati dalla Giordania ad aprile e si sono trasferiti nelle vicinanze. Begoña fa parte di un gruppo di volontari locali e ben presto ha iniziato a far parte quotidianamente della vita della famiglia. Si fermava a casa loro, si prendeva cura dei bambini mentre i genitori imparavano lo spagnolo e li aiutava a spostarsi in città. In breve tempo, quello che è iniziato come volontariato è diventato un’amicizia.

“La gente mi dice: ‘Cosa stai facendo per aiutare quelle persone?’ e io dico: ‘E’ più quello che fanno loro per me’. Ti cambiano e ti aiutano a pensare in modo diverso”, ha detto Begoña.

“Siamo rimasti così sorpresi quando siamo arrivati e abbiamo visto l’accoglienza che ci hanno dato”

Begoña è una degli sponsor del programma pilota di sponsorizzazione comunitaria che mira ad aiutare cinque famiglie di rifugiati che si stabiliscono nei Paesi Baschi, una comunità autonoma nel nord della Spagna. Il progetto è sostenuto dall’ONG Cáritas e dalla Fondazione Ellacuría. Le famiglie ricevono aiuto per frequentare i corsi di lingua, andare dal medico e a scuola e conoscere i loro vicini. L’obiettivo è quello di dare loro un senso di comunità.

“Siamo rimasti così sorpresi quando siamo arrivati e abbiamo visto l’accoglienza che ci hanno dato”, ha detto Minwer.

I programmi di sponsorizzazione comunitaria hanno già attecchito in altri paesi europei, ma quello nei Paesi Baschi è il primo del suo genere in Spagna. Nasce da una collaborazione tra i gruppi della società civile, i governi centrale e regionale e l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Karmele Villarroel della Fondazione Ellacuría, che fornisce supporto tecnico agli sponsor, afferma che le buone relazioni tra la famiglia e il quartiere sono cruciali se altre comunità vorranno emulare il programma.

“La famiglia si sta ambientando bene nel quartiere e questo significa che altre famiglie che hanno questo sostegno da parte di sponsor avranno già un’esperienza con cui relazionarsi”, ha detto Karmele.

I Paesi Baschi hanno sopportato la dura realtà della guerra civile spagnola del 1936-1939, così come molte altre regioni. La barbarie del conflitto fu immortalata in Guernica, opera che Pablo Picasso dipinse nel maggio 1937, subito dopo che la piccola città basca che portava quel nome fu bombardata. Il dipinto ha aiutato a sensibilizzare la gente all’importanza di accogliere le persone fuggite dalla guerra, ha detto Villarroel.

L’esperienza della famiglia di Minwer e Wafaa dimostra come la guerra possa dividere una famiglia. E’ un promemoria di ciò che alcuni rifugiati soffrono, ma mostra anche come essere accolti può offrire un nuovo inizio.

“Vivevo nella paura”.

Prima della guerra Minwer, 36 anni, e Wafaa, 34 anni, vivevano con i loro quattro figli nella città di Homs. Minwer lavorava prima come operaio, e poi ha iniziato a fare dolci. Le loro vite sono cambiate un giorno di settembre 2011. Una bomba ha colpito una stanza al piano superiore della loro casa durante una grande protesta di strada. Uno dei loro figli, di appena tre anni, è stato ucciso e un’altra è stata gravemente ferita e poco dopo è morta. Sono stati costretti a fuggire, temendo per la propria vita.

Quello che ne è seguito è stato un periodo buio in cui la famiglia ha lottato con insicurezza, fame, povertà, ferite e, soprattutto, dolore.

“Vivevo nella paura… Avevo paura di dormire la notte. Sono passati due anni, ma sono sembrati cent’anni”, disse Minwer.

Alla fine, si sono diretti oltre il confine con la Giordania. Quando il personale dell’UNHCR ha visto lo stato in cui si trovavano, li hanno immediatamente portati in ospedale. Per tre anni hanno vissuto prima nel campo di Za’atari e poi in un appartamento nella città di Mafraq, ricevendo ulteriore assistenza dell’UNHCR. L’anno scorso sono stati informati della possibilità di trasferirsi in Spagna.

Il reinsediamento in un paese terzo è cruciale per alcuni rifugiati, che potrebbero non trovare sicurezza o stabilità nel paese in cui sono fuggiti. Il reinsediamento è una delle soluzioni a lungo termine che sarà una delle massime priorità quando i governi di tutto il mondo si incontreranno al Forum Globale sui Rifugiati di Ginevra a dicembre.  In realtà, tuttavia, il reinsediamento è raro e dipende dalla generosità dei paesi ospitanti.

“Ho sentito di avere un’altra famiglia in Spagna”.

Il Forum si basa sullo slancio generato dal Patto Globale sui Rifugiati, affermato l’anno scorso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e mira a migliorare il livello di impegno internazionale nei confronti di oltre 70 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Questo programma di sponsorizzazione è una delle buone pratiche che saranno presentate al Forum, un esempio dell’impatto positivo che la società civile può avere nel trovare soluzioni per i rifugiati.

I governi devono fare la loro parte, ma le persone avranno sempre un ruolo importante per l’integrazione dei rifugiati.

Minwer ha detto che l’accoglienza a Bilbao è stata maggiore di quanto aveva sperato. I suoi figli più grandi si sono uniti a un gruppo di Scout locale, e il quartiere, lungi dall’essere alieno e diverso, è diventato la loro comunità.

“C’è stato un grande dolore e una ferita”, ha detto. “Quel dolore non può essere dimenticato, ma ci sono persone che ti aiutano ad alleviarlo, attraverso le loro azioni e il loro sostegno per la nostra integrazione. Quando ho conosciuto il gruppo, ho sentito che avevo un’altra famiglia in Spagna”.

Attraverso i volontari, i bambini stanno ricominciando da capo. Parlano già lo spagnolo e stanno imparando il basco. Sembra che abbiano trovato una nuova famiglia.

Quando Begoña arriva nell’appartamento, la chiamano “nonna”.