In viaggio alla ricerca di sicurezza, i rifugiati somali rischiano tutto in Libia

L’UNHCR chiede 210 milioni di dollari USA per assistere e proteggere i rifugiati che rischiano la morte e patiscono fame, violenze sessuali, detenzione arbitraria e lavoro forzato durante il loro viaggio verso le coste del Mediterraneo.

Tenuta prigioniera da trafficanti armati in un capannone nel sud della Libia, Maryam*, rifugiata somala, è stata separata dal marito Ahmed* e ripetutamente violentata per mesi. Solo una volta rimasta incinta ha potuto tornare dal marito.

“Lo costringevano a lavorare e lo punivano davanti a me per umiliarlo,” racconta Maryam. Ma il dramma vissuto dalla coppia non era che appena cominciato.

“Hanno continuato a picchiarmi nonostante fossi incinta, ma un giorno un trafficante mi ha spinta più forte del solito. Sono caduta, e ho perso il bambino.”

Maryam e Ahmed sono riusciti a liberarsi solo pagando un riscatto di 2.000 dinari (1.445 dollari USA); sono stati però traditi, e venduti ad altri trafficanti nella città desertica di Bani Walid, da un uomo del posto che aveva promesso di aiutarli.

“A Bani Walid è andata ancora peggio. È stato più doloroso. Torturavano e punivano mio marito in continuazione. Lo hanno persino pugnalato alla gamba. Io sono stata violentata di nuovo… di nuovo sono rimasta incinta, e di nuovo ho avuto un aborto, a causa delle condizioni in cui vivevo,” racconta Maryam.

 

“Quando sono venuti a prenderci in mare, molti stavano già per affogare.”

 

Una notte, una guardia ha lasciato la porta aperta e la coppia ha colto l’occasione per scappare. Dopo aver trovato riparo presso la comunità somala a Tripoli, Maryam e Ahmed hanno tentato la traversata del Mediterraneo. Ma come molti altri, sono stati intercettati dalle autorità e riportati al centro di detenzione di Ain Zara, a Tripoli.

“Quando sono venuti a prenderci in mare, molti stavano già per affogare,” ricorda Maryam. “Eravamo così felici quando abbiamo visto la barca, ma quando abbiamo capito che ci stavano riportando indietro non potevamo crederci.”

L’incubo vissuto da Maryam e Ahmed è sempre più frequente per migliaia di rifugiati e migranti che rischiano la vita nelle mani di trafficanti durante viaggi estremamente pericolosi dall’Africa sub-sahariana al Nord Africa, e alla fine dei quali molti sperano di mettersi al sicuro in Europa.

 

 

Durante il viaggio le persone affrontano numerosi pericoli, tra cui rapimenti, omicidi, stupri e violenze sessuali, come pure il rischio di essere abbandonati nel deserto o venduti come schiavi. Tra coloro che sono riusciti a raggiungere le coste del Mediterraneo, almeno 331 persone hanno perso la vita o risultano disperse in mare dopo essere salpate dalla Libia – circa una persona su 6.

Nel tentativo di fare tutto il possibile per salvare vite umane, l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, ha lanciato ieri la sua Strategia sulle rotte verso il Mediterraneo, alla ricerca di finanziamenti per aiutare migliaia di persone che fuggono da terribili abusi perpetrati dai trafficanti di esseri umani e dalle reti di sfruttamento.

 

“In Niger siamo finalmente al sicuro.”

 

Lo scopo dell’UNHCR è trovare soluzioni per rifugiati come Maryam e Ahmed, fuggiti dalla Somalia dopo che i loro genitori sono stati uccisi, in modo che non siano più costretti ad abbandonare le proprie case e il proprio paese.

Parte del lavoro dell’UNHCR in Libia consiste dell’identificare le persone più vulnerabili intrappolate nei centri di detenzione, come Maryam e Ahmed, e nel trasferirle al Centro di Raccolta e Partenza di Tripoli, perché siano evacuate dal paese.

A marzo di quest’anno, la coppia era tra i più di 100 uomini, donne e bambini che sono stati evacuati in Niger con un volo charter.

“In Niger siamo finalmente al sicuro,” afferma Maryam. “Siamo felici di poter finalmente vivere insieme. Speriamo in un futuro positivo, e di poter trascorrere insieme il resto della nostra vita.”

 

Da quando sono iniziate le evacuazioni nel 2017, l’UNHCR ha portato 2.913 persone vulnerabili al sicuro in Niger, dove possono essere trovate soluzioni durevoli alla loro situazione, come il reinsediamento in paesi terzi.

“Gli orrori che queste persone devono affrontare durante il viaggio vanno oltre ogni comprensione. Sono vere e proprie violazioni dei diritti e della dignità umana,” ha dichiarato Alessandra Morelli, Rappresentante dell’UNHCR in Niger. “Lavoriamo per assistere e curare queste persone, per restituire loro un senso di speranza.”

 

I nomi sono stati cambiati per proteggere le persone coinvolte.